© Amanda Dalbjörn/Unsplash Dalla fauna marina all’uomo: il virus che colpisce gli occhi e preoccupa gli esperti
Un virus finora noto per colpire esclusivamente organismi marini ha iniziato a manifestarsi anche nell’uomo, causando patologie oculari potenzialmente gravi. I casi, rilevati in Cina, rappresentano il primo esempio documentato di un agente patogeno acquatico in grado di provocare direttamente una malattia umana, sollevando l’attenzione della comunità scientifica internazionale. Il virus, denominato nodavirus della mortalità nascosta (CMNV), è diffuso tra crostacei, pesci e altri invertebrati marini. La sua capacità di adattarsi a ospiti così diversi ha sorpreso gli esperti. Come osserva il virologo Edward Holmes dell’Università di Sydney, si tratta di un agente con una gamma di ospiti insolitamente ampia, un elemento che ne aumenta la complessità e l’imprevedibilità. I primi casi umani sono stati individuati in soggetti esposti ad animali acquatici, sia attraverso la manipolazione diretta sia tramite il consumo di frutti di mare crudi. Ma alcuni episodi hanno suggerito una possibile trasmissione indiretta tra persone, probabilmente mediata da superfici contaminate o contatti domestici.
Una patologia oculare emergente e ancora poco compresa
La malattia associata al virus è stata identificata come uveite anteriore virale ipertensiva persistente (POH-VAU), una condizione caratterizzata da infiammazione nella parte anteriore dell’occhio e da un aumento prolungato della pressione intraoculare, con effetti simili al glaucoma. Per indagare l’origine e la diffusione del fenomeno, un gruppo di ricerca ha analizzato 70 pazienti diagnosticati tra il 2022 e il 2025. Tutti sono risultati positivi al CMNV. Nonostante le terapie anti-infiammatorie, circa un terzo dei pazienti ha richiesto un intervento chirurgico, mentre in un caso si è registrata una perdita permanente della vista. Gli studi sperimentali condotti su modelli animali hanno confermato l’aggressività del virus: nei topi infettati sono stati osservati danni a cornea, iride e retina in meno di un mese. Inoltre, è stata dimostrata la possibilità di trasmissione attraverso ambienti condivisi, come l’acqua, suggerendo una particolare facilità di diffusione in contesti umidi. Un dato significativo riguarda i contagi: oltre la metà dei pazienti aveva contatti diretti con animali acquatici, ma una quota rilevante non presentava esposizioni evidenti. In questi casi, l’elemento comune era la convivenza con persone che manipolavano animali marini, spesso con ferite alle mani, ipotizzando un possibile passaggio del virus attraverso oggetti o superfici contaminate.
Diffusione globale e interrogativi aperti
Per valutare l’estensione del fenomeno, i ricercatori hanno analizzato oltre 500 esemplari di animali acquatici provenienti da diversi continenti, dall’Asia alle Americhe, fino all’Europa, all’Africa e all’Antartide. Il virus è stato identificato in 49 specie differenti, confermando una presenza globale e suggerendo che possa circolare da tempo senza essere stato rilevato. Secondo gli esperti, è possibile che il CMNV abbia attraversato altri ospiti intermedi prima di raggiungere l’uomo. Al momento viene esclusa una trasmissione sostenuta da persona a persona. Insomma, non si tratta di un’epidemia in senso stretto, ma di un segnale che apre nuove questioni sul fronte della sicurezza biologica. Resta ancora senza risposta un interrogativo cruciale: perché un virus che negli animali provoca sintomi relativamente generici, come letargia o alterazioni del colore, nell’uomo colpisce in modo specifico l’apparato visivo? Gli studi sono in corso e puntano a chiarire il ruolo di fattori ambientali e dell’aumento delle interazioni tra esseri umani ed ecosistemi marini.