© EPA Intervista a Caterina Banti: "Sarò a Milano-Cortina. Non mi ritiro dal mare"
L’8 agosto è stato il primo anniversario del fantastico oro di Parigi e la vita di Caterina Banti non potrebbe essere più diversa. La campionessa olimpica, oro in Nacra 17 a Tokyo e a Parigi in coppia con Ruggero Tita, si è ritirata dall’attività agonistica ma non dal mare.
Quali sono le emozioni oggi?
«È bellissimo! Rivederlo a un anno di distanza fa quasi più effetto che non viverlo: quando sei lì, sei totalmente preso dalla gara e totalmente focalizzato su quello che stai facendo. Un po’ come era successo anche a Tokyo, ci metti un po’ di tempo per metabolizzare quello che hai fatto. Nel frattempo sono cambiate tantissime cose, da poco ho compiuto 38 anni e ho deciso di rimettermi a studiare: seguo l’Executive Master in Public Affairs e Lobby alla Luiss e il corso di Management Olimpico della scuola di formazione del Coni che terminerà con uno stage alle Olimpiadi invernali dell’anno prossimo».
Quindi alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina ci sarà.
«Fortunatamente sì. Il ruolo lo deciderà il Coni».
Nonostante il ritiro, c’è chi l’avrebbe voluta, insieme a Tita, come portabandiera dell’Italia a Los Angeles 2028.
«Ma io mi sono ritirata».
Sognare non costa niente. A proposito di sogni, qual è il suo oggi?
«Ne ho uno ma non lo voglio ancora dire. Quello che ho capito è che bisogna studiare e formarsi».
Lei è nata a Roma, che non è proprio sul mare. Com’era nata la passione per la barca a vela?
«La prima volta a 13 anni durante un corso estivo ma ho cominciato veramente a fare le prime regate a 20-22 anni, sul lago dei Bracciano. È stato mio fratello a farmi appassionare, poi lui ha smesso e io ho continuato. La mia famiglia, soprattutto mia madre, mi ha trasmesso la passione per le attività all’aria aperta: abbiamo fatto sempre molti sport. Io sono una ragazza di città, però stare in mezzo alla natura mi piace tantissimo, mi fa stare meglio, soprattutto in zone dove c’è acqua e il mare. E il mare d’inverno è una cosa spettacolare».
Da qui viene anche una maggiore sensibilità nei confronti dell’ambiente?
«Sì, credo che sia giusto avere rispetto per ciò che ci circonda, per l’ambiente ma anche per le persone. È una questione di educazione e di saper vivere nel mondo».
Lei è impegnata anche nel mondo della sostenibilità ambientale?
«Senza dubbio. Vivendo il mare così a stretto contatto, cerco sempre di rispettarlo. Negli ultimi anni ci sono stati cambiamenti importanti: penso alla sporcizia in acqua ma anche a fenomeni meteorologici particolari, come le condizioni del vento che stanno diventando sempre più estreme. Fare le regate sta diventando più difficile: prima sapevamo che in certe località esistevano dei meccanismi stabili e potevamo prevederli con più facilità. Ora non è più così, può capitare che non ci sia vento anche per tanti giorni oppure che ce ne sia troppo. I governi si stanno impegnando in questo per trovare un modo affinché l’impatto dell’uomo sull’ambiente sia sostenibile, soprattutto per le generazioni future. Poi sappiamo bene che la sostenibilità non è solo ambientale ma anche economica e sociale, di pratiche di Equity, Diversity e Inclusion. Lo sport ha un potere fortissimo perché ha valori e regole universali e che parlano di diritti umani, di inclusione, di solidarietà, di tolleranza e di pace. Io al momento sto cercando di testimoniarlo in prima persona: dove vado, ne parlo. E a breve vorrei anche mettere in campo anche dei progetti più strutturati. Penso che se tutti rispettassimo di più questi valori vivremo meglio».
Che cosa è possibile fare?
«In ambito di sostenibilità ambientale noi per primi dobbiamo fare uno sforzo. E poi essere consapevoli e informarci: il rispetto parte innanzitutto da qui. Nel mondo dello sport c’è una grande sensibilità su questi temi».
