© LaPresse Navarria: "L'oro a Parigi fu un addio da sogno". Poi il retroscena sulla gravidanza
Ha definito l’oro olimpico a squadre come «un addio da sogno». Mara Navarria aveva deciso da tempo: l’Olimpiade sarebbe stato il suo ultimo atto. È partita da capitana, è tornata leggenda. «Alle soglie dei quarant’anni non potevo scrivere un finale migliore. L’oro, conquistato contro la Francia sorretta in casa dal suo pubblico, la squadra e mio figlio che sale in pedana e mi abbraccia. Ma lui, in realtà, nel campo gara c’era già stato, a Londra, quando ero incinta di due mesi e non sapevo di esserlo». L’Italia ha sempre contato sulla scherma per le sue medaglie olimpiche, ma non aveva mai vinto un oro nella spada a squadre femminile. Non prima di Parigi 2024, dove Alberta Santuccio, Rossella Fiamingo, Giulia Rizzi e Mara Navarria hanno completato l’impresa. «Lo dico sempre a mio figlio. L’importante è sognare, metterci il cuore e lavorare. I sogni si realizzano se uno ci mette tutto quello che ha».
Hai scoperto di aspettare un bambino durante i Giochi di Londra 2012.
«Dopo la gara individuale a squadre, a Londra, mi sentii male a mensa. Feci un test e risultò positivo. Ero felice, ma anche consapevole che da quel momento tutto sarebbe diventato più impegnativo per la mia carriera sportiva. Mi sono allenata fino all’ultimo, senza mai smettere di crederci. Ho continuato le lezioni con il Maestro Pouzanov fino all’ottavo mese: lui, corpulento, aveva una pancia grande quasi quanto la mia, e quando glielo facevo notare ci ridevamo su. Poi è stato fondamentale costruire una rete intorno a noi: la scuola, la famiglia, ma anche il lavoro mentale. Nel mio staff c’erano il preparatore fisico, il tecnico di scherma e un mental coach. Tutti hanno contribuito a rendere possibile quel percorso».
Dopo la scomparsa del suo maestro Oleg Pouzanov, hai continuato a onorarne la memoria.
«È stato veramente un maestro, di sport e di vita: mi ha cambiata tecnicamente e tatticamente. Studiavo il russo per capirlo meglio. Con lui da ragazza sono diventata donna. Burbero con tutti ma con me era dolcissimo».
Hai conseguito una laurea in Scienze motorie e un master in Marketing sportivo. Anche il tempo per studiare russo.
«Sono la seconda di quattro figli e l’educazione in casa è sempre stata importante. Le priorità erano quelle di diventare innanzitutto una brava persona, poi studiare e lo sport come completamento. Questi insegnamenti mi hanno sempre condizionata: anche nelle lunghe trasferte ho sempre ritagliato tempo per lo studio. E i libri non erano per me un peso ma compagni di viaggio».
E i tuoi svaghi?
«Mi piace la fotografia, l’arte contemporanea e la musica etnica: mi affascinano i suoni dei luoghi che visito, dall’Argentina alla Cina, fino al Brasile. Durante le trasferte amavo esplorare le città in cui gareggiavamo: le mie compagne scherzavano sulle guide turistiche che portavo sempre con me, ma alla fine erano loro a chiedermi consigli. Tra i ricordi più belli, la visita all’esercito di terracotta in Cina: da bambina lo avevo visto solo in foto con mio fratello, scoprirlo dal vivo è stato emozionante».
I tuoi fratelli Caterina ed Enrico sono sciabolatori. Come mai hai scelto la spada?
«Anch’io sono nata con la sciabola in mano, e per un periodo ho tirato anche di fioretto. Poi ho scelto la spada: cercavo un’arma che mi permettesse maggiore libertà, più espressione e anche un tocco di spettacolo e arte. Nelle armi convenzionali, come sciabola e fioretto, molto dipende dall’arbitro e dalle regole di priorità. Con la spada, invece, tutto è più diretto: chi colpisce per primo, vince. È un’arma più libera».
Cosa fai oggi?
«Sono nel gruppo sportivo dell’Esercito da quando avevo sedici anni. Una vita. E oggi sono consigliere per lo sport del sottosegretario alla Difesa, tecnico con la società Scherma Treviso e rappresentante degli atleti nel CONI regionale friulano».
C’eri anche tu a Lignano Sabbiadoro per il Trofeo CONI, insieme a quasi cinquemila giovani atleti.
«Tutto molto emozionante. Tantissimi giovani innamorati dello sport. Sono loro il nostro futuro».
E anche una grande attenzione alla sostenibilità ambientale.
«È stato un appuntamento importante anche da quel punto di vista. Grazie a un protocollo tra il CONI e il Ministero dell’Ambiente so che i tecnici hanno parlato ai ragazzi di sostenibilità, che non è stata utilizzata la plastica in favore di distributori dedicati e che anche la raccolta dei rifiuti è avvenuta allo stadio e nelle varie strutture residenziali in modo differenziato. Mi ha colpito moltissimo vedere come a Lignano non ci fosse una carta per terra. Vorrei fermarmi soprattutto sull’educazione ambientale: è quella che permette ai ragazzi di avere una visione. Ecco, noi abbiamo bisogno di una vera rivoluzione culturale. Farò la mia parte. A Casa Italia per le Olimpiadi di quest’anno in Francia, i medagliati Olimpici e Paralimpici sono stati nominati Ambasciatori dell’Ambiente».
E con l’ambiente avete anche giocato.
«Anche io ho partecipato a una disciplina che univa competizione alla possibilità di pulire la spiaggia di Lignano. Molto divertente».
Il tuo Friuli è anche un luogo in cui la natura è da sempre rispettata.
«Sono nata in una regione dove il senso civico è parte della nostra identità. Qui la natura non si conquista, si rispetta. Preservare il territorio significa, prima di tutto, lasciarlo com’è: non serve trasformarlo, ma prendersene cura ogni giorno, con gesti semplici. Viviamo in luoghi dove ognuno pulisce il marciapiede davanti a casa, dove il rispetto per l’ambiente è naturale quanto quello per il vicino. Io abito tra un fiume e un bosco: in quegli spazi siamo cresciuti, giocando, esplorando, allenandoci, imparando a riconoscere i suoni e i ritmi della natura. È un legame profondo, che mi accompagna ancora oggi. E i giovani, anche oggi, dalle nostre parti continuano ad avere questa sensibilità».
