Magda Pozzo: “L’Udinese è un modello virtuoso: ora torniamo in Europa”

I fiulani sono il club più sostenibile d'Italia, il quarto d'Europa: tutte le strategie per il futuro raccontate dalla figlia del patron Giampaolo (I fuoriclasse dell'ambiente: un accordo tra il Corriere dello Sport-Stadio e il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica)
Giulia Mazzi
7 min

L’Udinese è uno dei club più antichi d’Italia, da quarant’anni sotto l’egida e la guida della famiglia Pozzo, da trent’anni in Serie A e con undici partecipazioni alle coppe europee, tra cui una in Champions League. Da qualche anno può vantare anche un altro primato: è il club più sostenibile d’Italia, nonché il quarto in Europa. Un riconoscimento prestigioso, alla base del quale c’è un lavoro di squadra certosino coordinato da Magda Pozzo, figlia del patron Giampaolo. «La sostenibilità ormai fa parte della cultura del nostro club, del nostro Dna».  

Quando inizia il vostro impegno in materia ambientale? 

«Una data simbolica è il 2020, quando per primi abbiamo chiesto a Macron di produrre le nostre maglie da gioco con materiali riciclati. Loro all’inizio hanno pensato: “Oddio, l’Udinese e le loro innovazioni…”. Ma poi l’hanno applicata a tutti i loro duecento club. Per noi questo è importantissimo perché siamo una squadra media ma grazie al calcio riusciamo ad essere efficaci su un grande pubblico. Soltanto in Italia ci sono ventiquattro milioni di tifosi, se possiamo dare dei piccoli o grandi messaggi per noi è fondamentale».  
 
E poi avete intrapreso un’iniziativa a più ampio respiro, denominata Green Project. 
«Si tratta di un progetto che copre tutti gli aspetti della sostenibilità a livello aziendale tramite una strategia inclusiva a tutto tondo. Altrimenti non funziona. Il nostro fiore all’occhiello è proprio il Bluenergy Stadium, che ha un parco solare con duemilaquattrocento pannelli che producono un milione di kilowatt all’anno e ci permetteranno di essere totalmente alimentati dell’energia solare durante i match day. Bisogna ringraziare i nostri partner, che ci hanno aiutato a trasformare le strategie in attività concrete. Da soli non saremmo mai riusciti a intraprendere questo progetto. Poi abbiamo fondato la CER, la prima comunità energetica rinnovabile del calcio, tramite cui condivideremo con la comunità il 30% dell’energia solare prodotta. E le risorse generate da questo progetto finanzieranno il primo centro residenziale per le malattie alimentari in Friuli Venezia Giulia».  
 
Il sottotitolo del Green Project è proprio: “Facciamo squadra”.  
«Sì, ci lavoriamo ogni giorno unendo i temi della sostenibilità a quelli del territorio. Le iniziative sono tante: cerchiamo di azzerare gli sprechi anche a livello alimentare con donazioni giornaliere al banco alimentare. Abbiamo attivato una parte educativa rivolta ai ragazzi, perché la sostenibilità è anche governance e sociale. Siamo stati la prima squadra a inserire centri di raccolta differenziata allo stadio. E a breve diventeremo il primo stadio smoking free d’Italia. Già da qualche anno abbiamo le tribune dedicate alle famiglie ma presto il divieto di fumare si allargherà a tutto l’impianto». 
 
Di recente avete anche firmato una collaborazione con l’Università di Udine. 
«Sì, in realtà è una collaborazione che va avanti ormai da parecchio tempo ma il mese scorso abbiamo firmato un nuovo contratto per dare voce a una collaborazione ancor più efficace su progetti concreti. Tra le finalità principali, ci sarà la misurazione e la riduzione del carbon footprint degli eventi sportivi per capire quanto siamo innocui per il sistema. La Uefa aveva già inserito un carbon free calculator: la raccolta dati è molto complicata e poche squadre erano riuscite ad adeguarsi a tutti i parametri ma l’Udinese è stata una di queste. Adesso vogliamo capire come siamo migliorati nel secondo anno. E non è facile. Basti pensare che l’impatto ambientale non è soltanto lo stadio ma anche i viaggi della squadra, ad esempio. Un conto è partire da Milano o da Roma, che hanno una rete ferroviaria molto efficace, un conto è partire da Udine. L’80% delle nostre trasferte sono per forza di cose in aereo. Quindi con un team di studenti monitoreremo queste attività per cercare di migliorare dove e come possiamo». 
 
La sua famiglia è in sella da quarant’anni, che bilancio si sente di fare? 
«È un grandissimo traguardo per una società di una città come Udine da centomila abitanti. Sono trentun anni che siamo stabilmente in Serie A, poi il nostro obiettivo a livello sportivo chiaramente resta tornare in Europa. Abbiamo il grande merito di aver saputo creare un modello virtuoso e dobbiamo esserne molto orgogliosi, dopodiché noi siamo già focalizzati su nuovi obiettivi. La strada che dobbiamo continuare a percorrere è quella dell’innovazione e della ricerca, dentro e fuori dal campo. Siamo conosciuti per scoprire e promuovere giovani talenti. Mi piace dire che siamo una piccola Nasa del calcio, con gruppi di lavoro di altissimo livello che permettono a un giocatore di poter dare il massimo sotto ogni aspetto. Ci occupiamo anche della vita privata: ormai da tre anni dedichiamo una giornata a dare il benvenuto a tutte le donne della nostra squadra, mogli e compagne dei nostri giocatori. Quest’anno l’abbiamo organizzata a fine settembre. È un occasione importante per non farle sentire sole ma anche per permettere loro di fare network».  
 
In un mondo storicamente maschile, le donne possono dare molto al calcio: lei ne è l’esempio lampante. 
«Io ho un background industriale, un altro mondo in cui non ci sono molte donne, quindi arrivavo ben preparata ma devo dire che personalmente non ho mai percepito nessuna diffidenza nei miei confronti. Io mi occupo della parte più commerciale, meno politica o sportiva, ma credo che le competenze facciano sempre la differenza. Questo è un momento molto positivo per le donne nel calcio. Negli ultimi anni abbiamo inserito figure femminili di alto livello in società. Il cambiamento c’è e dipende sempre dai valori di ognuno». 


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