Federico Morisio, l'intervista: "Così un viaggio alle Hawaii ha cambiato la mia vita"

Da Torino a Maui, il windsurfer numero 16 al mondo si racconta: "Abbiamo piantato mangrovie in Myanmar per ridurre l’impatto dei miei tour intorno al mondo". I fuoriclasse dell'ambiente: un accordo tra il Corriere dello Sport-Stadio e il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica
Giulia Mazzi
6 min

Le Hawaii, dice, gli hanno cambiato la vita quando aveva diciotto anni, ma Federico Morisio - che ora di anni ne ha trenta - ci ha decisamente messo del suo. Si capisce subito appena inizia a raccontare dell’ultimo Aloha Classic a cui ha partecipato, ultima tappa del Mondiale di windsurf appena terminato: il sole e la spiaggia di Maui arrivano anche via telefono.

Com’è andata la gara?

«Un po’ di amaro in bocca. Per un errorino in batteria non sono riuscito a passare in semifinale e purtroppo ha impattato anche sul ranking: ero nella top 10 ma ora sono sedicesimo. Ma va bene così, è un buon punto da cui ripartire».

Quanto resta alle Hawaii?

«Passo qui un paio di mesi ogni anno, è uno dei miei posti preferiti. Sono venuto qui per la prima volta nel 2014, doveva essere l’ultimo viaggio prima della “vita vera”. Ma qui ho incontrato tutti i miei idoli, ho sentito quel click e mi sono detto detto: “È questo che voglio fare”. Ero finalmente nel posto giusto. Sono grato alla vita, faccio quello che amo e questo è impagabile».

Com’è iniziata?

«Io sono di Torino e ho iniziato con il windsurf grazie a mio padre che mi ha fatto appassionare. Ho avuto la fortuna di girare il mondo con la mia famiglia e ogni estate praticavo questo sport in un posto diverso. Sono sempre stato un ragazzo un po’ insicuro ma il windsurf mi ha tirato fuori una sicurezza che non avevo mai sentito prima. Così ho chiesto ai miei genitori l’opportunità di provarci, ed eccoci qui».

Qual è il suo luogo preferito, spot come lo chiamano i surfisti?

«Maui, decisamente, e il Cile, che ho scoperto un po’ più tardi, nel 2017, ma mi ha conquistato. La natura è selvaggia, le foreste arrivano fino in spiaggia e la comunità di surfisti è molto appassionata. E poi come clima mi ricorda il Nord Italia. Poi anche il Perù, le Canarie… Mi muovo per il mondo sempre con il sorriso».

E quando torna a casa?

«Ne ho molti: sul Lago di Garda, in Sicilia e in Sardegna. Ma anche in Toscana, con Talamone, o in Liguria… In Italia abbiamo tanti appassionati di windsurf, la difficoltà è riuscirsi ad allenare tutti i giorni perché le condizioni del vento o del mare non sono costanti».

C’è una connessione strettissima tra il suo sport e la natura.

«Credo che senza tutte queste ore in acqua sarebbe più difficile creare questo rapporto così stretto con l’oceano e la natura. In spiaggia spesso non c’è campo, vivi fuori dal mondo: sei solo tu con la tua tavola e il mare. E la vita marina è pazzesca: praticamente tutti i giorni incontro foche e tartarughe. In Sudafrica una volta un gruppo di delfini è venuto a fare surf con me, è stato incredibile. Alle Fiji invece ho incontrato uno squalo: sulle prime è stato spaventoso ma non era granché interessato a me. Insomma, vivere questa vita è un vero privilegio. E potersi allontanare dalla tecnologia è un plus».

Crede che sia stato questo a farla interessare alla sostenibilità ambientale?

«È sicuramente uno dei motivi. Quando frequenti l’oceano tutti i giorni, ti senti un po’ in debito e cerchi di rispettarlo e proteggerlo. Viaggiando così di frequente mi accorgo anche di come certe situazioni meteorologiche impattino su venti e onde, o anche come cambi un posto da un anno all’altro. Maui, per esempio, è interessata da una forte erosione e dall’innalzamento del livello del mare: ci sono zone dell’isola che sono scomparse».

Da anni lei è molto impegnato nella tutela dell’ambiente.

«Sì, mentre vivevo questa vita in giro per il mondo ho avuto la fortuna di conoscere persone che la pensano come me e mi hanno permesso di collaborare con loro. Ho sempre cercato di sensibilizzare attraverso il mio sport ma di limitare al massimo il mio impatto sull’ambiente, che a causa dei viaggi, devo ammettere, è molto alto. Il mio sponsor, Starboard, mi ha aiutato molto: in prima battuta hanno calcolato la quantità di CO2 che producevo nei miei spostamenti e poi hanno piantato mangrovie in collaborazione con una fondazione in Myanmar per compensare le emissioni. Per avere un impatto minore anche dal punto di vista dell’attrezzatura, ho anche avviato una collaborazione con il Politecnico di Torino. Abbiamo creato una tavola con impatto minore usando materiali riciclati ma che è comunque performante. Ricordo la prima volta che siamo andati sul Lago di Garda per provarla: erano tutti molto preoccupati dato che ancora non c’erano progetti di quel tipo. Poi quando l’abbiamo messa in acqua e galleggiava... Erano tutti felicissimi! L’obiettivo è quello di renderla appetibile al mercato, ed è un altro progetto su cui abbiamo lavorato. La verità è che non è così semplice per tutti».

Cosa intende?

«Prendiamo l’alimentazione. Quando ho iniziato a capire l’impatto che avesse sull’ambiente mi sono subito convinto a passare a una dieta plant based, quindi vegetariana. Per me ha funzionato benissimo ma dopo tre anni ho sentito che il mio corpo mi chiedeva altri cibi. Io sono fortunato, qui c’è tanto pesce fresco. Il problema sono la pesca e gli allevamenti intensivi. Poi dipende anche dal fisico di ognuno, ci sono tante persone ad esempio che non riescono a digerire i legumi. Bisognerebbe essere flessibili e sapere cosa evitare».

Qual è il suo consiglio per migliorare la situazione?

«I piccoli esempi possono ispirare e influenzare le persone ma mi sono reso conto che, per fare davvero dei grandi passi in avanti, sono necessari dei cambiamenti che vengono dall’alto».


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