Giorgio Minisini, l'intervista: "Io e Arianna Sacripante saremo tedofori a Milano Cortina, che emozione"© ANSA

Giorgio Minisini, l'intervista: "Io e Arianna Sacripante saremo tedofori a Milano Cortina, che emozione"

Il pluricampione di nuoto artistico: "Sarà la felice unione tra Olimpiadi e Paralimpiadi. Sto lavorando perché i ragazzi non vivano più i pregiudizi che ho vissuto io". (I fuoriclasse dell'ambiente: un accordo tra il Corriere dello Sport-Stadio e il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica)
Giulia Mazzi
7 min

È talmente attento all’ambiente che, anche durante le gare, pareva raccogliesse da terra le cartacce che trovava. Se fosse un musicista, Giorgio Minisini sarebbe un virtuoso, un poliedrico. Ma è un atleta, pluricampione mondiale ed europeo di nuoto artistico, così si destreggia tra vasche e tutela ambientale, studi di psicologia alla Sapienza - sta per terminare la triennale - e progetti di inclusione, non solo di genere ma anche sociale e di persone con disabilità. Dopo il ritiro dall’attività agonistica, nel luglio 2024, non mancano i nuovi traguardi: «Io e Arianna Sacripante saremo tedofori a Milano Cortina», racconta con grande emozione. I due nuotano insieme ormai da tanti anni grazie al progetto Filippide. «Terremo la fiaccola olimpica insieme e sarà bellissimo, l’unione vera di Olimpiadi e Paralimpiadi».

Come è iniziata con il nuoto artistico?

«Ho iniziato un po’ per caso, un po’ per destino. Mia madre è allenatrice, mio padre era giudice di sedia. Poi la scintilla è scoccata quando - avrò avuto quattro o cinque anni - a Roma vidi nuotare Bill May. Mi stupì l’accoglienza del pubblico, soprattutto femminile, e pensai: è quello che fa per me. Ma questi ultimi vent’anni sono stati molto diversi».

Ci sono state delle difficoltà nel suo percorso, tanto da portarla al ritiro dopo la mancata convocazione alle Olimpiadi di Parigi.

«Ho vissuto molti pregiudizi, stereotipi e prese in giro per il fatto di essere un nuotatore artistico. Io mi vedevo come un atleta ma non riuscivo a essere giudicato in quanto tale: mi vedevano solo giusto o sbagliato. Ma la mia carriera mi ha dato tantissimo, quando ho iniziato io non c’era nulla per gli uomini, nemmeno la possibilità di fare una gara regionale. Ora il mio impegno è rivolto a risolvere proprio questi problemi strutturali».

Anche per questo lei è considerato un pioniere nel suo sport.

«Pensa che nove allenatori su dieci non hanno mai avuto l’opportunità di confrontarsi con l’allenamento di un uomo. Il problema è di cultura e di abitudine, perché i nostri ragazzi sono bravissimi e farebbero tutti benissimo, se gli si desse la possibilità. Non voglio che chi venga dopo di me abbia le stesse resistenze e difficoltà che ho avuto io. Voglio che abbiano di più».

Sta lavorando anche su questo?

«Sì, sono appena tornato dagli Stati Uniti dove con Bill, proprio quel Bill May che era il mio idolo da bambino, stiamo mettendo su un lavoro di supporto alle nazionali e agli allenatori, per sfruttare al meglio gli atleti di qualsiasi genere. Nello sport le differenze fisiche fanno la differenza e allenare un uomo significa anche avere un approccio diverso. Non puoi inserire un uomo in squadra sostituendo una donna, bisogna modificare tutta la squadra. Un’altra cosa a cui tengo è la relazione allenatore-atleta, perché sia non solo più sana ma anche più funzionale».

C’è grande attenzione sul tema della salute mentale degli atleti dopo il caso Simone Biles.

«È stato un evento importante perché è accaduto in diretta e ha aperto tanti occhi. Anche io ho raccontato queste problematiche in prima persona perché lo stigma si supera soltanto parlandone e capendo che non si è soli. Un atleta in salute è un atleta che vince di più».

Aveva un rituale scaramantico prima delle gare?

«No, non ci credo molto. Per me il rituale è sempre stato allenarmi. E ora studiare, prima degli esami».

Un’altra lotta in cui lei è molto impegnato è la tutela ambientale.

«Non è una lotta mia ma che unisce tutta l’umanità. Purtroppo abbiamo un solo pianeta e per non estinguerci dobbiamo salvare questo. Non c’è un “planet B”. Il nostro sport ci dà la possibilità di portare in acqua ed esprimere artisticamente messaggi importanti. Io sono cresciuto a Ladispoli, sul mare, e sento una sorta di responsabilità. Il tema della plastica in mare mi segna molto, è un torto che non facciamo solo a noi stessi ma anche a tutti gli animali che vivono in acqua».

Ha mai riscontrato pregiudizi anche in questo ambito?

«Il grosso problema di questo argomento è la divisione in squadre. Ormai succede un po’ per tutto, è il grande problema del nostro tempo: o la pensi come me o sei contro di me. Ma qui la faccenda è seria e nella tutela ambientale non ci sono squadre avversarie».

Cosa possiamo fare per migliorare?

«La divulgazione è molto importante. Poi dobbiamo smorzare questa dinamica di buoni contro cattivi e cercare di lavorare anche con quelli che pensiamo essere i cattivi. È un processo lento ma è l’unico modo per poter cambiare le cose. Io sono ottimista, come specie umana abbiamo superato cose molto più difficili. Se lavoriamo di squadra possiamo superare anche questa».

Si è dato molto da fare in quest’ultimo anno e mezzo dopo il ritiro.

«Le esperienze fanno crescere ma significano anche sbagliare tanto. Bisogna continuare a provare, in psicologia si chiama “coping”, metabolizzare le sconfitte. Come diceva Micheal Jordan, ti rendono la persona vincente che sei».

Lei ha vinto molti premi nella sua carriera, che cosa hanno significato per lei?

«È sempre bello quando sport minori come il nostro vengono riconosciuti. Questi sport esistono quando vengono fatti esistere. Come la storia dell’albero che cade nella foresta: vuol dire che abbiamo fatto rumore».

E ora, qual è l’obiettivo?

«Sto lavorando a un nuovo format per le gare di nuoto artistico, che renda questo sport più accessibile sia per gli atleti che per gli spettatori. Abbiamo previsto un torneo in cui le squadre si sfidano direttamente una contro l’altra e poi i giudici, invece che dei voti, danno delle preferenze. Abbiamo fatto un test l’anno scorso ed è andato molto bene, pubblico e atleti erano entusiasti. Ora lavoriamo alla nuova stagione, con il debutto in estate. Il nuoto artistico ha un grandissimo potenziale ma deve rendersi più accessibile».


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