Manfredi Rizza: "Dalla delusione delle Olimpiadi di Parigi ho imparato tanto"© Getty Images

Manfredi Rizza: "Dalla delusione delle Olimpiadi di Parigi ho imparato tanto"

Il canoista, argento a Tokyo nel K1, si racconta: "La scritta ITA è il ricordo più bello. Los Angeles 2028? Non credo ma mai dire mai" (I fuoriclasse dell'ambiente: un accordo tra il Corriere dello Sport-Stadio e il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica)
Giulia Mazzi
7 min

Manfredi Rizza è un «abitante delle acque», come si definisce lui, ma i suoi piedi sono saldamente ancorati a terra. Nato a Pavia il 26 aprile 1991, pratica la canoa da quando aveva 9 anni. E alle Olimpiadi di Tokyo, nel 2021, ha scritto la storia, conquistando l’argento nel K1. Il destino, o il caso - ci spiega - ci ha messo lo zampino.

Come ha iniziato?

«Un po’ per caso, come tutti quelli che fanno il mio sport. Mio papà aveva fatto un po’ di canoa quando era giovane e io da bambino avevo qualche problema alle spalle, quindi consigliarono ai miei genitori di farmi fare uno sport che mi rinforzasse. Mi hanno proposto la canoa».

Facciamo un salto in avanti nel tempo: i Giochi a Tokyo 2021.

«Era la mia prima Olimpiade e fu subito argento. Anche qui fu un po’ per caso, devo essere sincero, perché ovviamente mi ero allenato e preparato ma non mi aspettavo nemmeno di partecipare. Da lì ho preso un po’ di fiducia e nel quadriennio successivo ho deciso che volevo prendermi questa medaglia».

L’emozione che le è rimasta più impressa?

«È difficile da dire perché nel momento in cui ti succede una cosa del genere non sei minimamente lucido. Il momento più bello è stato proprio alla fine della gara: non ero sicuro del piazzamento ma poi ho alzato lo sguardo al tabellone e c’era scritto “Ita”. Una cosa che non scorderò mai».

Non se lo aspettava?

«Ma in realtà sì, ero già arrivato terzo in Coppa del Mondo quello stesso anno, quinto all’Europeo. Sapevo di essere tra i primi quattro-cinque al mondo, però conoscere il proprio valore è una cosa, vincere un’altra».

Un altro salto: la delusione delle Olimpiadi di Parigi.

«In realtà è stata un’altra bella esperienza, anche se non ho partecipato. Penso che soltanto poterci provare sia un privilegio che ti lascia dentro qualcosa. E io l’ho vissuta con più entusiasmo possibile, perché per me si trattava di una cosa nuova. Sono passato dal K1 al K4: per me significava non avere aspettative. Cambiano gli allenamenti, cambia il fisico e anche l’età, non sapevo nemmeno se avrei retto. Ovviamente poi sono rimasto deluso, nessuno è contento di non riuscire a fare quello che si era prefissato, ma comunque ho imparato tante cose, è stata un’esperienza che mi ha arricchito».

Un pensierino a Los Angeles 2028?

«Nonostante quello che magari può trasparire da alcune cose che dico o faccio, io non sono uno che programma. Per niente. Non credo che succederà, la mia vita sta andando in un’altra direzione. Però, ripensando al passato, ci sono stati tanti momenti in cui ero sicuro che non sarebbe successo qualcosa che poi è successo quindi...».

Vale sempre il non succede, ma se succede.

«Esatto».

Diceva che la sua vita sta prendendo un’altra direzione.

«In questo momento sono in una fase di transizione. Ci sono cose che stanno cambiando nella mia via privata. Vederemo».

E dal punto di vista professionale?

«Come allenatore non mi ci vedo. Faccio collaborazioni saltuarie ma mi sono reso conto che non fa per me. Poi però lo dico sempre: “Questa cosa non mi interessa”, e poi la faccio. È una costante della mia vita».

Allora diciamolo anche su Los Angeles.

«Esatto: Los Angeles non mi interessa per niente!» (ride, ndr)

Lei è laureato in ingegneria: sta approfondendo questo percorso?

«Sì, sono ingegnere dei materiali ma ora mi sto specializzando nella parte informatica. Sai, la vita a volte è strana».

La sua istruzione ha inciso sull’attenzione nei confronti dell’ambiente?

«Mi ha sicuramente fatto avere qualche accortezza in più. Ho studiato le plastiche, quindi sono un po’ più consapevole di quello che faccio».

Lei è molto legato al mare.

«Da abitante delle acque cerco di fare sempre molta attenzione a quello che potrei danneggiare. Poi sono anche pescatore e ho un particolare interesse al fatto che non ci siano plastiche in mare».

Ha notato maggiore sensibilità negli ultimi anni da parte di persone e istituzioni?

«Il Covid secondo me ha fatto avvicinare le persone alla natura. Io abito a Pavia e conosco bene il Ticino. C’è stato uno sforzo da parte degli enti pubblici, come il Ministero dell’Ambiente, per tenere in ordine questi luoghi e valorizzarli, ma ci sono stati anche dei contro dati dall’inciviltà delle persone».

Fiume o mare?

«Dipende. Per me il fiume è come se fosse casa dei miei genitori. Che è assurdo se ci pensi, perché i miei sono di Palermo. Ma onestamente ho sempre avuto una grande fascinazione per il mare. Ogni volta che posso scendo in Sicilia e vado a pescare. E quando sono a Sabaudia per il raduno difficilmente non ho le canne da pesca».

Nel suo sport ci sono stati cambiamenti a livello di sostenibilità ambientale?

«Siamo passati dalle bottigliette d’acqua in plastica alle borracce. È un grosso passo avanti: non ce ne rendiamo conto ma i consumi di plastica in questo tipo di eventi sono bestiali. Poi come sport noi siamo sostenibilissimi, praticamente non abbiamo consumi, oltre al nostro personale di calorie. Abbiamo la fortuna di fare uno sport che non lascia residui e non inquina».

C’è un aneddoto che le è rimasto impresso?

«Poco tempo fa ero in allenamento con un ragazzino. Ad un certo punto lui perde la confezione del gel in acqua e la corrente subito la trascina via. Io non ho voluto saperne: l’ho spedito indietro a ripescarla. La sensibilizzazione parte da qui, dai piccoli gesti. Per fortuna la canoa è uno sport a impatto zero, anzi, negativo, visto che spesso raccogliamo i rifiuti e li portiamo via con noi».


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