«Allacciate le cinture», Ozpetek è tornato
Un super cast femminile, ma anche un attore con la Roma nel cuore: Scicchitano
ROMA - «Allacciate le cinture», Ferzan Ozpetek è tornato. Così si intitola il nuovo film del regista turco, presentato oggi a Roma e nelle sale dal prossimo 6 marzo. «Nella vita capita a tutti che arrivi una turbolenza, ecco perché questo titolo». Belle e brave le donne nel cast di Ozpetek: da Kasia Smutniak, a Carolina Crescentini, da Elena Sofia Ricci a Carla Signoris, da Paola Minaccioni a Luisa Ranieri. Anche gli uomini però: ci sono Francesco Arca e un Filippo Scicchitano, romanista sfegatato, che con questo film esce dal ruolo di adolescente che lo ha lanciato e che rischiava di imprigionarlo. Sarà attore per caso (racconta di aver accompagnato un amico al provino per “Scialla” e di essere invece stato preso lui) ma per niente fuori posto. Anzi, è un piacere vederlo crescere.
Il film racconta l’amore, tiene a precisare il regista, in due fasi: la prima si svolge nel 2000 e l’altra 13 anni dopo. «Ho giocato su tempo, vita, amicizia, malattia, ma è solo una grande e forte storia d’amore. Ho 55 anni - dice Ozpetek - e questo mi rimane, l’amore, l’amicizia e la solidarietà». Il film non è solo la storia d’amore tra Elena (Smutniak) e Antonio (Arca), è la storia di un amore diffuso che domina tutta la pellicola: tra uomini e donne, tra madri e figlie, tra compagne di stanza di ospedale, tra donne. E poi c’è la malattia. O forse soprattutto c’è la malattia, l’innominabile cancro. Ozpetek dice di no, che è la storia d’amore la protagonista, in realtà la malattia di Elena è la cosa che più emoziona, per quanto in certi passaggi condannata ai luoghi comuni. «Amore e morte sono due cose che ti riportano a te stesso, sono i momenti in cui ti vedi: un film così mi è capitato proprio nel momento giusto», dice la Smutniak. Curati tutti i personaggi come Ozpetek sa fare. Con delicatezza, semplicità, esasperazione, stregoneria quasi, un vero fotografo dell’animo umano. Ma ancora una volta quello che colpisce è la straordinaria capacità di quest’uomo di raccontare le donne: non sono solo belle, anche quando imbruttite dalla malattia, sono strane, ironiche, leggere, amano, partecipano, condividono, si appartengono, si rispettano, si comprendono, esprimono potenza affettiva. Non sarà un caso che il film nasce da una frase di un’amica dello stesso regista: «Stava molto male ed era davvero tanto sciupata, allora organizzai una cena per lei. Non so perché mi venne in mente di chiederle se dormiva ancora nello stesso letto col marito - racconta Ozpetek - E lei mi rispose: “sì, e pensa ci prova anche, agli uomini non fa schifo niente”. Ecco da questa frase è venuto fuori il film». E serve una sensibilità speciale se da una frase così Ozpetek ha potuto raccontarci l'amore.
© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di SpettacoloIl film racconta l’amore, tiene a precisare il regista, in due fasi: la prima si svolge nel 2000 e l’altra 13 anni dopo. «Ho giocato su tempo, vita, amicizia, malattia, ma è solo una grande e forte storia d’amore. Ho 55 anni - dice Ozpetek - e questo mi rimane, l’amore, l’amicizia e la solidarietà». Il film non è solo la storia d’amore tra Elena (Smutniak) e Antonio (Arca), è la storia di un amore diffuso che domina tutta la pellicola: tra uomini e donne, tra madri e figlie, tra compagne di stanza di ospedale, tra donne. E poi c’è la malattia. O forse soprattutto c’è la malattia, l’innominabile cancro. Ozpetek dice di no, che è la storia d’amore la protagonista, in realtà la malattia di Elena è la cosa che più emoziona, per quanto in certi passaggi condannata ai luoghi comuni. «Amore e morte sono due cose che ti riportano a te stesso, sono i momenti in cui ti vedi: un film così mi è capitato proprio nel momento giusto», dice la Smutniak. Curati tutti i personaggi come Ozpetek sa fare. Con delicatezza, semplicità, esasperazione, stregoneria quasi, un vero fotografo dell’animo umano. Ma ancora una volta quello che colpisce è la straordinaria capacità di quest’uomo di raccontare le donne: non sono solo belle, anche quando imbruttite dalla malattia, sono strane, ironiche, leggere, amano, partecipano, condividono, si appartengono, si rispettano, si comprendono, esprimono potenza affettiva. Non sarà un caso che il film nasce da una frase di un’amica dello stesso regista: «Stava molto male ed era davvero tanto sciupata, allora organizzai una cena per lei. Non so perché mi venne in mente di chiederle se dormiva ancora nello stesso letto col marito - racconta Ozpetek - E lei mi rispose: “sì, e pensa ci prova anche, agli uomini non fa schifo niente”. Ecco da questa frase è venuto fuori il film». E serve una sensibilità speciale se da una frase così Ozpetek ha potuto raccontarci l'amore.
