La serie sugli 883 rivaluta Repetto: ma se oggi siamo qui a commuoverci è solo grazie a Pezzali© ANSA

La serie sugli 883 rivaluta Repetto: ma se oggi siamo qui a commuoverci è solo grazie a Pezzali

"Hanno ucciso l'uomo ragno" su Sky è il gioiello dell'anno, senza dubbio, e ha conquistato pubblico e critica. Non bisogna, però, avere la memoria corta
Chiara Zucchelli
3 min

"Hanno ucciso l'uomo ragno", la serie sugli 883 di Sky (con Groenlandia) è senza dubbio il gioiello televisivo dell'anno. Ha giustamente conquistato pubblico e critica e grazie al passaparola sembra inarrestabile. Bravi tutti: i produttori, i registi, i protagonisti. È il racconto che le "vecchie" generazioni conoscono già e che le nuove stanno scoprendo ora. Ma è anche il racconto, universale, di come la realtà possa a volte superare la fantasia. E questo non ha tempo. Anzi, lo ferma. Ecco: "Hanno ucciso l'uomo ragno" non tiene il tempo, come da hit, ma lo ferma proprio. Ed è per questo che tutti vedendola ridiamo tanto ma ci commuoviamo ancora di più. Un po' nostalgia, un po' voglia di vedere cosa abbia in serbo il futuro. Magari non il Festivalbar, ma forse qualcosa di bello sì. Che poi è quello che succede a Max Pezzali e Mauro Repetto. La serie è scritta, diretta e interpretata benissimo e le figure dei due protagonisti giganteggiano rispetto al resto. Pezzali è raccontato bene (lo interpreta Elia Nuzzolo), Repetto ancora meglio.

Hanno ucciso l'uomo ragno, perché dobbiamo dire grazie a Max Pezzali

E sui social proprio di lui si parla: tanto, tantissimo. Merito dell'attore Matteo Oscar Giuggioli, ovviamente. Ma anche della scrittura e della regia. Tutto perfetto, dunque? No. C'è qualcosa che stona. E che può cogliere - davvero - solo chi ha seguito gli 883 prima e Max Pezzali poi fin dall'inizio. Ci sono stati anni in cui Repetto viveva a Parigi e Pezzali a Pavia, in cui uno aveva abbandonato la musica e l'altro cercava di ritrovarla. Suonava, cantava le stesse canzoni che oggi sono hit ritornate in classifica, ma il cosìddetto "mainstream" sembrava essersi dimenticato di lui. Niente stadi, niente palazzetti, neppure i Festival più importanti. Max sembrava abbandonato a se stesso e forse lo era pure. Peccato, però, che lui se stesso non lo avesse mai abbandonato. E allora ha tenuto fede al ragazzo di provincia, quello che aveva i sogni come superpotere (cit.) e si è rimboccato le maniche. Ha cambiato tutto e ha infilato un successo dietro l'altro: nel suo primo San Siro ha voluto proprio Repetto e Paola e Chiara (amiche ed ex coriste) poi ha riempito Palasport, stadi e il Circo Massimo. Ora lo aspetta Imola e, nel frattempo, ha fatto da consulente alla serie su Sky. Ha visto, quindi, come era raccontato l'amico Mauro, e ha immaginato che ci potesse essere una riabilitazione rispetto a quanto accaduto negli ultimi 30 anni. Non ha detto niente, fedele a se stesso e al suo carattere. Che è sempre lo stesso, così come i sogni e la musica. Non è cambiato mai, Max, anche quando il telefono squillava meno. Sono cambiati gli altri, ma lui aveva già capito tutto come canta in quella perla che è "Cumuli: "Sì perché è un po' il vuoto di tutti noi, ci sbattiamo tanto per chiuderlo, ci proviamo e non ci riusciamo mai. Allora tanto vale conviverci"


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