Pagina 4 | Fontecchio esclusivo: "Io leader della Nazionale? In attacco sì ma..."
Una squadra con tanti leader
Lei si sente leader dell’Italbasket?
«In attacco si, ma se in difesa prendo uno sfondamento o faccio un assist per un canestro di un compagno sono felicissimo. Percepisco la volontà della squadra di arrivare a me, ma i leader sono tanti. Prendete Nik Melli. Lui è un esempio in campo e fuori. E fuori c’è Gianmarco. Poi se Pajo (Pajola, ndc) e Marco (Spissu, ndc) mi mettono in ritmo, io i miei tiri li ho sempre presi e sempre li prenderò».
E come gestisce la pressione?
«Da sempre prima delle partite la avverto. Chi non sente le farfalle nello stomaco prima di una partita o di una gara sportiva racconta bugie. Poi ognuno ha il modo di assorbirla».
Magari qualche consiglio può chiederlo a suo papà Daniele, medaglia d’argento nei 60 ostacoli agli Europei indoor del 1986 a Madrid.
«Io ammiro chi fa sport singoli. E ancora di più quelli che, come papà, bruciano in una manciata di secondi di gara giorni e giorni di allenamento. Io fuori stagione lavoro da solo per migliorare. Dopo due ore senza la squadra attorno mi pare di impazzire. Complimenti a loro e alla forza che hanno dentro».
Eppure un tiratore quando riceve la palla e sa di dover metterla dentro un po’ solo deve sentirsi.
«No, è la squadra che ti porta a quel momento di grande responsabilità. E tu sai di dovertelo prendere. Poi se sbaglio mi arrabbio con me stesso. Non concordo con chi dice che un tiratore non pensa agli errori. Almeno per me è così. E credo per migliorarsi e ridurre al minimo le possibilità di sbagliare uno abbia un’unica strada: lavorare duro. Non si può mentire né con se stessi e neppure con gli altri. Sono questo. Ma i fatti fino a oggi mi hanno dato ragione».
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