Corriere dello Sport

Calcio

Vedi Tutte
Calcio

Prandelli torna a parlare: «La Nazionale è una ferita sempre aperta»

Prandelli torna a parlare: «La Nazionale è una ferita sempre aperta»

L'ex ct ha risolto col Galatasaray: «La storia del ranking tirata fuori da Conte? Per noi parlano i risultati...»

 Alberto Polverosi

giovedì 18 giugno 2015 13:35

FIRENZE - Quasi un anno senza parlare, Cesare Prandelli ora racconta tutto, dal Mondiale brasiliano alla breve parentesi col Galatasaray al suo futuro.
  
Quale sarà il suo futuro?
«Non ho più quell’ansia di dover rincorrere qualcosa, però ho una motivazione forte, sto rosicando da un punto di vista professionale perché mi piacerebbe tornare in campo, confrontarmi, far crescere una squadra. Non ho l’ansia come avevo dopo la Nazionale».
  
Prima lei diceva “voglio vincere”. E ora?
«Ancora voglio vincere, non credo più a dei progetti, ma alle sfide forti, sfide impossibili, che possono coinvolgere città, tifoseria. Quanto ai progetti se me ne dite uno che ha funzionato negli ultimi anni vi pago il caffè».
  
L’Empoli, il Chievo...
«Empoli, Sassuolo, Frosinone, Carpi, ok, ma i grandi club non hanno programmato l’aspetto tecnico».
  
La Juve però...
«La Juve è un caso a parte, ha iniziato a programmare dalla Serie B, ma è una delle poche società dove i dirigenti fanno i dirigenti 24 ora al giorno. L’allenatore deve avere un supporto giornaliero, la gestione sennò si complica».
  
E’ stato davvero vicino alla Juve?
«Qualche anni fa sì. La prima volta quando ero a Parma, ho parlato con Moggi, Giraudo, Bettega; la seconda quando ho rinnovato con la Fiorentina, mi chiamò Secco; la terza con Bettega quando la Fiorentina mi dette il permesso di sentire altre società. Poi andai in Nazionale...».
  
E’ stata quell’ansia a portarla al Galarasaray? E soprattutto è stato un errore?
«Tutti mi dicono di sì. Ora vi racconto. Ho conosciuto un visionario, Unal Aysal, il presidente del Galatasaray, a volte i visionari sono quelli che ti fanno vedere il futuro. “Lei è la persona giusta per il mio progetto”, mi ha detto. “Non credo ai progetti”. “Al mio crederà: sto comprando un club italiano, uno inglese, uno tedesco, forse uno belga e ho il Galatasaray, quattro squadre in Europa con 1.600 giovani. Lei farà l’allenatore un anno e poi il responsabile di tutte quelle squadre”. Mi sono alzato e ho detto: “Non ci posso credere”. Ancora: “Lei sceglierà 150 collaboratori”. Oh, il Galatasary ha 30 milioni di tifosi, non stiamo parlando di un club piccolo, solo in Germania sono 8 milioni. Era una cosa enorme, ma ci stava. Ho capito a Vienna che non sarebbe mai avvenuto quanto mi era stato raccontato. E venuta la signora Ebru Koksal, ad agosto, e ci disse: “Quello che vi ha detto il presidente è solo un’idea, abbiamo problemi”. La signora era un membro del board del Galatasaray. Ho sentito il presidente, lui ha aggiunto: “Non ti preoccupare, sono tutte strategie interne”. Io mi fidavo. “Ora faremo una grande festa, i tifosi ti amano, io darò le dimissioni che vedrai non accetteranno, ho risorse per cercare questi soldi”. Invece ha dato le dimissioni e non l’ho più visto. Sono arrivati i nuovi dirigenti, mi hanno rassicurato: “Non vogliamo cambiare, siamo primi in classifica”, poi invece hanno licenziato tante persone e anche noi. Erano dispiaciuti loro, ma entro il 27 dicembre dovevano rientrare nei parametri della Uefa. Dieci giorni prima delle nuove elezioni mi ha chiamato il nuovo presidente e mi ha detto: “Io c’ero, so cosa le hanno detto, mi scuso, dobbiamo trovare un accordo” e alla fine abbiamo trovato un accordo. E’ venuto in Italia, ci siamo incontrati. L’accordo è di 20 giorni fa».

Per questa ragione se n’è andato in Turchia?  
«Io volevo tornare subito in campo, avrei accettato anche una squadra di Serie B».
  
Il fatto che fosse una società straniera ha inciso? Così si lasciava dietro le scorie del mondiale.
«Non più di tanto. Gli allenatori italiani all’estero sono stati esonerati al 90 per cento, quindi non è tutto oro quel che luccica».
  
Ha avuto contatti con qualche squadra?
«A livello europeo ho avuto buone offerte, ma avevo questo contenzioso col Galatasaray, e se chiedi tempo non tutti ti aspettano. In Italia nessun tipo di richieste».
  
Stupito?
«No».

Si è fatto almeno una domanda?
«Non so se c’è la volontà di disegnare un progetto tecnico. Leggo dei nomi e poi prendono allenatori completamente diversi da quelli precedentemente contattati».
  
Ora siete tanti liberi, lei, Montella, Spalletti, Ancelotti, Mazzarri...
«Se non arrivano richieste ci inventeremo qualche altro ruolo... Ancelotti è stato esonerato, Mazzarri esonerato, Montella esonerato, l’unico libero sono io... Sono stato licenziato a dicembre».
  
Questa confusione tecnica da cosa è dovuta?
«Non lo so. Le società che vincono sono quelle che hanno una continuità, sono società presenti, al di là della bravura dei tecnici è che ci sono i dirigenti tutti i giorni. Così i problemi vengono affrontati alla base, i giocatori sanno che c’è una struttura. Questo è il futuro».
  
Pensa di prendere un procuratore?
«Ci stavo pensando, mi consiglierò con quache mio collega».
  
Ora ha la stessa voglia di ricominciare?
«Sì. Ora ho i miei ulivi, ho i miei hobby, tutto questo mi appaga umanamente, ma professioinalmente sto a rosicà».
  
Le ha dato fastidio la storia del ranking tirata fuori da Conte? Ha detto che bisogna rivolgersi a chi c’era prima se l’Italia è così indietro.
«Ognuno eredita qualcosa, anche Lippi, anche Donadoni, anch’io ho ereditato. E comunque andate a vedere i numeri, in 4 anni non abbiamo perso una partita ufficiale, ma solo qualche amichevole. Detto questo non voglio entrare in nessun tipo di polemica».
  
Perà se un giocatore (Bonucci) dice che prima si passava più tempo sul computer che sul campo...
«Dopo l’Inghilterra eravamo tutti dei fenomeni, grande preparazione, grande amalgama, poi è cambiato tutto, vecchi e giovani non andavano d’accordo, troppo caldo, troppo sole, troppi bambini. Il tempo sarà galantuomo, vedrete che tutte le nostre proposte del Mondiale saranno utili e interessanti per il futuro».
  
Uno dei preparatori atletici della Nazionale ha detto, riferendosi al suo staff, che loro non fanno coreografia...
«Mi ha chiamato subito Conte e si è scusato».
  
Ci si allena poco in Italia, è vero?
«In  Nazionale ci siamo accorti che c’era poca intensità. Quest’anno in Italia, anche a livello europeo hanno fatto un percorso entusiasmante, da un punto di vista tecnico c’è stato un buon miglioramento. Come intensità. Il fatto è che siamo sempre legati a un risultato, una partita ti sconvolge tutto. Dopo quella partita mi sono preso la responsabilità di tutti, secondo me uno deve fare così. Non mi piacciono le frasi a effetto. Poi è andata male e tuttora dico che è colpa mia. Se col Costa Rica andiamo 15 volte in fuorigioco e non facciamo un gol , anche se poi la Costa Rica è stata eliminata ai rigori dalla grande Olanda. Non accettiamo il fatto che lo sport c’è un solo vincitore».
  
L’eliminazione dai due Mondiali racconta quello che ora è il calcio?
«La sfiga ti accompagna, siamo finiti nel girone con Inghilterra e Uruguay e questo ci ha sfavorito, ma è inutile adesso. Noi abbiamo battuto la Germania che poi è diventata campione del mondo. Anche noi avevamo una base. La Germania ha continuato a credere in se stessa».
  
C’è qualcosa che ricorda di quel Mondiale?
«Molti giocatori che erano lì con noi sono stati attenti, molto rispettosi, educati».
  
Si è mai pentito delle dimissioni dopo l’Uruguay?
«Forse il mio lato debole è che quando capisco che se ci deve essere un respnsabile non mi tiro indietro. Poi sono arrivate le dimissioni di Abete...».
 
Se lei avesse saputo che anche Abete si sarebbe dimesso, cosa avrebbe fatto?
«Avrei convinto Abete a non dimettersi. Ho avuto un rapporto bellissimo con la federazione, con Albertini, Valentini, Moschini, Vladovich. Forse se lasciavo passare un giorno o due, era meglio, visto quello che è successo dopo...».
  
Dall’Europeo al Mondiale cosa è cambiato?
«Ci ho sempre pensato, resterà una ferita aperta. Ci sono mancati Montolivo, Giaccherini, Diamanti e Maggio, erano quelli che amalgavano un po’ tutti, giocatori che creano ulteriore spirito. Diamanti, pur non giocando, era sempre presente».

E’ vero che dopo l’Europeo aveva deciso di smettere con la Nazionale?
«Avevamo una clausola che nessuno sapeva, tutti sapevano che avevano 4 anni di contratto, invece era un 2+2, con un’opzione che entrambi potevamo far valere. In quei giorni avevo comunicato al presidente che era finito il mio percorso, mi mancava il campo. Poi con i collaboratori e vertici federali mi hanno cionvinto a un coinvolgimento maggiore, ad occuparmi del settore giovanile. Ho detto ok il giorno prima o il giorno stesso della finale di Kiev».
 
 
Conte ha appena detto che sta diventando ct.
«Restiamo sempre allenatori. Fino a qualche anno fa in Nazionale arrivavano giocatori che erano leader nelle proprie squadre, erano tutti soubrette, di grandissima personalità, ora è la Nazionale che deve far crescere i giocatori. La svolta sarà quando la Lega darà la possibilità di avere più tempo alla Nazionale, per il bene della Nazionale».
  
Stranieri: vanno limitati per il bene della Nazionale?
«Io inizierei dal settore giovanile, limitando gli stranieri nei vivai».
  
Conte per fare meglio di lei deve vincere l’Europeo.
«Dipende come si vince. Nei 4 anni noi forse abbiamo cercato di affrontare le partite a livello internaziomale in modo diverso, ma non dico che siamo stati un esempio».
  
Quello che sta facendo Conte è su quella strada?
«E’ la sua impronta, è una garanzia».
  
Ora ci sono le ali che lei ha cercato a lungo... Insigne, El Shaarawy, Gabbiadini
«Avevamo intravisto delle qualità, ora quelli non sono più dei ragazzini, noi abbiamo fatto esordire tanti ragazzini».
  
Cosa prova quando guarda le gare della Nazionale?
«In diretta non le ho più viste. Faccio un po’ fatica, le vedo in differita. E’ emozionante, sono stati quattro anni intensi, il tricolore è il tricolore, l’inno è l’inno, chi non capisce questo non riesce ad amare la maglia azzurra. Non mi aspettavo che fosse un’emozione così forte. La Nazionale unisce tutti, da Catania a Udine e per questo la Nazionale deve essere di tutti, è impensabile che una Nazionale si rifiuti di essere presente in determinati eventi, non è per poche persone, è un privilegio, un onore».
  
Adesso si è perso quel lavoro di comunione che avete fatto voi in mezzo alla gente.
«Ma i nuovi sono arrivati da poco, da un anno, e poi sono cambiati i vertici federali, sono convinto che intraprenderanno ancora quella strada».
  
Lei ha dato un’immagine alla Nazionale portandola fra la gente.
«Ho trovato una federazione sensibile a queste proposte. E’ chiaro che poi è l’allenatore a dire ok. Se un allenatore che pensa che tutto il resta sia un disturbo non accetta certe iniziative. Ci sono allenatori che sono concentrati 24 su 24 sul proprio lavoro in campo. Questo va bene finché sei un allenatore di club, poi quando diventi allenatore della Nazionale deve cambiare. on so quanti migliaia di chilometri ho fatto per questo. Per i bambini, vedere l’allenatore della Nazionale è qualcosa di magico».
  
Un giocatore che ha rappresentato l’idea della Nazionale?
«Buffon, De Rossi, Chiellini, Pirlo, Barzagli: arrivano il primo giorno e sono lì presenti, con la maglia azzurra, sono questi i giocatori che ti hanno aiutato».
  
Accettere anche la B?
«Dipende dalla squadra, dalla persona che te lo propone».
  
L’avesse chiamata l’Empoli?
«L’Empoli ha un progetto tecnico, è una sfida bella., Giampaolo è un allenatore che ha ricevuto meno di quello che può dare. Pioli è stato esonerato a Bologna e ha fatto un campioato pazzesco, Allegri è diventato un allenatore mondiale dopo che era stato licenziato dal Milan, Luis Enrique a Roma ha preso più sberle e poi ha vinto la Champions. Ho visto lavorare Luis Enrique, incredibile la quantità e la qualità, eppure nel suo spogliatoio c’erano anche molti computer... E’ stato un anno bello perché in 12 mesi si è capovolto tutto. Questo è il nostro mestiere».
  
Sousa, un altro straniero che ha lavorato solo all’estero...
«Posso dire solo che il Basilea ha fatto un gran calcio».
  
Chi vincerà il prossimo scudetto?
«La Juve è favorita, ma la Roma potrebbe essere una seria antagonista. Poi il Napoli, se non sconvolge il progetto tecnico di Benitez, è una squadra da scudetto; la Lazio ha margini di miglioramento notevoli e il Milan sta facendo grandi colpi e poi l’Inter che con Mancio sa come si vince, è uno dei più bravi in assoluto».
  
Balotelli l’ha più sentito?
«Farà un grande Europeo».
 

Per Approfondire

Commenti