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Veltroni intervista Buffon: «Juve per sempre»

Veltroni intervista Buffon: «Juve per sempre»
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Per essere un vero numero uno non bastano grandi parate, bisogna rialzarsi. E godersi la solitudine

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di Walter Veltroni

sabato 23 aprile 2016 09:33

ROMA - Il portiere è un mestiere per uomini forti. Bisogna avere un carattere sicuro, un’abitudine non annoiata ai propri pensieri. Bisogna saper guidare chi gioca davanti a te, intimorire chi tira verso la tua porta. Bisogna essere capaci, psicologicamente, di discese ardite e di risalite. Bisogna avere una visione consapevole del proprio ruolo. Perché il calcio, gioco fatto spesso di poeti e di prosatori, ha bisogno anche di filosofi. Di persone cioè capaci di riconoscere che il loro dovere è essere infallibili e capaci di dare una risposta alla coscienza di non poterlo essere. Il portiere è davvero il numero uno. E, come dimostrano la vita sportiva e le parole di Gianluigi Buffon, se non hai carattere, pensiero e visione è meglio che quella porta, invece di difenderla, la chiudi a chiave e vieni via.

Lei è sempre stato portiere? E’ una vocazione antica?
«No, ho iniziato da centrocampista ed ero bravino. A Carrara giocavamo in un viale pieno di platani, che, ovviamente, fungevano da pali di porte immaginarie. Giocavamo in mezzo alla strada ma le macchine erano poche e, quelle poche, le dribblavamo. A me piaceva stare avanti, mi piaceva segnare, come a tutti i bambini del mondo. Non ero male, giocai, in questo ruolo, anche in una selezione di Massa in cui erano Cristiano Zanetti, Marco Rossi, calciatori che sono finiti in serie A. Ero forte, a centrocampo, ma se avessi continuato temo che non avrei avuto la carriera che ho fatto da portiere».

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E quando cominciò ad abitare il monolocale con rete che non ha poi lasciato fino ai giorni nostri?
«Fu un caso, una delle tante sliding doors della vita di ciascuno di noi. Si fece male il portiere titolare e io provai. Mostrai delle doti, inaspettate persino a me. Ma la mia folgorazione per questo ruolo la ebbi durante i mondiali in Italia del 1990. Avevo dodici anni e mi innamorai non di Maradona o di Lineker e neppure di Roger Milla ma di Thomas N‘Kono, il portiere del Camerun, che allora aveva già trentaquattro anni ma entrò nei miei sogni e condizionò la mia vita. E’ involontario merito suo se sono arrivato dove sono arrivato. Era un portiere che usciva dagli schemi, faceva delle respinte di pugno fantastiche, cose che noi non eravamo abituati a vedere. Insomma fu amore a prima vista per N’Kono ma, soprattutto, per il suo ruolo. Mio padre, che è sempre stato uno sportivo vero, mi incoraggiò, mi disse “Prova Gigi, fai un altro anno in porta e poi torni in attacco”. Io accettai, pensando a un anno di disintossicazione dalle lusinghe del centrocampo. Sono entrato tra quei tre pali e non ne sono uscito più. E sono grato a mio padre, a N’Kono e al titolare infortunato».

Quando passò al Parma?
«Mi vide un osservatore del Parma, uno che seguiva la Toscana per i gialloblu. Io avevo fatto due provini, con il Bologna e con il Milan. Erano andati bene tutti e due e si stavano formalizzando i dettagli. Il Parma si infilò in questo tempo di transizione. Mi convocò a sorpresa in un giorno di aprile, mi fece un provino con altri ragazzi, meglio dire bambini. A guardarci c’era l’allenatore dei portieri delle giovanili del Parma. Si chiama Ermes Fulgoni e di calcio, evidentemente, ne capisce. Lui, appena finito l’allenamento, andò dal direttore sportivo e gli disse “Questo ragazzo non potete non comprarlo, faremmo un errore macroscopico”. Avevo tredici anni e così da Carrara andai a Parma dove mi misero in un convitto legato alla società. All’inizio devo dire che sentivo da un lato il fascino di uno sconosciuto senso di libertà da regole e dettami familiari e dall’altro l’ebbrezza del sogno che si stava realizzando, il sogno di quando ero ancora più bambino e passavo il mio tempo immerso in tutto quello che riguardava il calcio: figurine, almanacchi, giornali. Ma confesso che a lungo andare ho sentito acuta la mancanza degli affetti, quello della famiglia lontana e degli amici».

Buffon se io le dico queste due parole, setto nasale, lei le associa a qualcosa di vicino alla sua vita?
«Setto nasale? Sinceramente no».

Il suo cognome la mia generazione lo ha associato, prima che a lei, a un suo parente, Lorenzo, grande portiere di Milan, Inter, Fiorentina e nazionale. Era davvero un fenomeno. Io, bambino, ricordo che all’Olimpico durante una partita Italia-Inghilterra, sfida allora mitica, lui si fratturò in uno scontro con Haynes, centrocampista britannico, il setto nasale. Io non capivo molto ma ricordo proprio Trapattoni che accorse per primo e si portò la mano nei capelli. Entrò Vavassori, allora portiere della Juventus, ma, dopo che eravamo andati in vantaggio, subì due gol non impossibili da parare e perdemmo. Da allora, da quella partita, la carriera di un ottimo portiere come il Vava subì un colpo durissimo. Insomma questa metafora su un Buffon che non è lei serve a dire che il portiere è l’unico che non può sbagliare mai.
«Non conoscevo questo episodio e mi guarderò bene d’ora in poi dal subentrare a qualcuno che si rompa il setto nasale. Ma ha ragione: quello del portiere è il mestiere più difficile del calcio. Ci vuole del masochismo per decidere di giocare in un ruolo in cui ogni errore è un gol subito. Che è molto diverso da un gol non fatto. Il primo è una realtà negativa effettuale, il secondo una possibilità virtuale. Ma io le devo dire sinceramente che, per me, è proprio questa la sfida più interessante e intrigante. Gliela voglio dire così: io ho l’orgoglio di essere portiere».

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Io penso che i portieri siano tra i giocatori più intelligenti. Non solo perché devono padroneggiare nervi e eventi che spesso non dipendono da loro ma soprattutto perché un portiere ha molto tempo per pensare. Per Umberto Saba la solitudine del portiere era materia poetica: “Il portiere caduto alla difesa ultima vana, contro terra cela la faccia, a non veder l’amara luce”.
«Se sono in palio i tre punti, se è una partita importante il tuo pensiero, anche quando attacca la tua squadra, è tutto concentrato sull’azione, sulla previsione, quasi geometrica, di quali potrebbero essere le insidie di un improvviso rovesciamento di campo. Ma quando la partita ha un risultato certo o è meno importante di altre il portiere, quando la palla è lontana, pensa ai casi suoi, ai suoi problemi di vita quotidiana. E’ assorto, spesso guarda il pubblico, ma la sua testa è lontana. Questa è la verità, vera. Ma un buon portiere non si distrae, quando si ha bisogno di lui».

Quali sono le doti essenziali di un portiere?
«In primo luogo la sicurezza che sai trasmettere agli altri, alla tua squadra. La devi trasmettere anche a prescindere da quella che hai davvero dentro di te. Anche se tu non sei sicuro devi far intendere agli altri che hai il controllo della situazione e che loro possono confidare su di te. Un portiere insicuro fa una squadra insicura. E poi serve solidità mentale. E’ la condizione per durare molto e sbagliare poco. Se ci pensa, tutti i grandi portieri hanno avuto carriere lunghe».

Quanto è difficile per un portiere recuperare psicologicamente dopo un errore?
«Guardi, è forse lì che si vede la vera qualità di un numero uno. La partita seguente, o persino nell’azione successiva all’errore, tu sei pervaso da remore e da indecisioni. Più sbagli più puoi sbagliare, perché può essere attaccata quella sicurezza della quale parlavo prima. Ma per me vale il contrario. Per me comincia proprio in quel momento una parte della sfida racchiusa nel mestiere più difficile del calcio. Essere nell’occhio del ciclone per me è uno stimolo. Devo dimostrare che, sbagliando, sono scivolato e non caduto. Che sono subito in piedi, per ricominciare».

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