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Ecco quanto guadagna un arbitro di Serie A

Ecco quanto guadagna un arbitro di Serie A
© LaPresse/Spada

Almeno 45mila euro di base più 3.800 lordi per ogni partita oltre ai rimborsi: tutte le cifre ai raggi X. E per gli internazionali la paga quasi raddoppia

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di Edmondo Pinna

giovedì 2 marzo 2017 13:37

ROMA - Guadagneranno alla fine, tutti insieme, qualcosa come 4 milioni di euro all’anno. La semplice media matematica farebbe circa 180mila euro per ogni direttore di gara dei 22 di A, anche se non è così. Perché, sul salario arbitrale, pesano anzianità, numero e tipo di gare dirette, ruolo che si è avuto in quella gara (arbitro centrale o addizionale). E questo tralasciando i circa 800mila euro che fino a giugno incasseranno assistenti e quarto uomo. È il conto dei “fischietti” di vertice. Ogni arbitro prende 3800 euro lordi a partita più i rimborsi (spese di viaggio, vitto e alloggio in strutture convenzionate ma comunque di medio-alto livello), gli addizionali e gli assistenti mille euro e il quarto uomo 500. Questo per il campionato. In Coppa Italia, si va dai circa 1000 euro nella fase iniziale ai 3800 della finale (ovviamente sempre più rimborsi), con la finale di Supercoppa equiparata alla finale della coppa nazionale. A questo si aggiunge la quota fissa (chiamiamoli diritti d’immagine) che va dai 45mila euro dei primi anni agli 80 mila degli internazionali (che prendono a gara dai 4.800 euro per gli Elite ai 1.100 euro per i neo immessi nei ruoli Fifa).

 

LA PROFESSIONE: IL CALCIO ATTIVITA' PART-TIME - Ma che lavoro fanno gli arbitri italiani? In alcune Nazioni d’Europa (l’Olanda, ad esempio, chiedete a Makkelie; o l’Inghilterra, rivolgersi a Webb) fare l’arbitro di vertice significa poter abbandonare la propria attività lavorativa, la federazione d’appartenenza ti trova anche il “posto fisso”. Insomma, si può essere professionisti fra i professionisti. Da noi è un po’ diverso. La dicitura «a tempo indeterminato» è un miraggio (qualcosa potrebbe cambiare con la tecnologia Var, ma sarà dura) e, dunque, bisogna saper essere oculati durante il periodo d’attività, fare come le formiche. Perché i più bravi (e fortunati) possono arbitrare anche più di dieci anni, mentre per altri il passaggio nella categoria maggiore può tradursi anche solo come qualcosa che dura appena due anni (il primo, di solito, viene abbonato anche a fronte di prestazioni disastrose). Dunque, largo a lavori autonomi (assicuratori, promotori finanziari, avvocati o commercialisti) o a posti in aziende e attività di famiglia, accantonabili nel periodo durante il quale ci si dedica all’arbitraggio per poi essere ripresi una volta appeso il fischietto al chiodo.

FOTO - I 22 ARBITRI DI A

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