Se scoppia la bolla del calcio
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Se scoppia la bolla del calcio

Decide Barella. Perché l’ultima parola è del calciatore. E vuoi mettere? Di qua Conte, la Champions, 40mila abbonamenti. Di là un tecnico che finora ha vinto in Ucraina, i gironi di Europa League agguantati sul filo di lana grazie all’esclusione del Milan, una società da rifondare e una piazza delusa dall’addio di De Rossi e Totti. Che cosa dovrebbe scegliere un talento ventiduenne che può scrivere il futuro del calcio italiano?

Ma proviamo anche a metterci dall’altra parte della barricata. Se Barella accetta la Roma accontenta il Cagliari, club peraltro solidissimo, che può far valere il miglior accordo raggiunto sul mercato. Ma se rifiuta, al Cagliari non resterà che cederlo all’Inter, come lui vuole, a un prezzo meno conveniente, oppure vincolarlo fino alla scadenza del contratto, ma il tal caso facendo karakiri, cioè rinunciando a valorizzare il suo investimento sul giocatore. Questo che vuol dire? Che le società rispondono finanziariamente di una gestione che non sono in grado di controllare. Poiché comprano e vendono beni di cui non dispongono pienamente.

Intendiamoci, nessuna nostalgia del vecchio vincolo sportivo, cioè del diritto esclusivo dei club di disporre del calciatore a tempo indeterminato. La sua eliminazione rispose a un principio di libertà che non si può che sostenere. Ma si deve prendere atto che la concorrenza nel calcio è diventata un oligopolio opaco, in cui pochi procuratori hanno il controllo del mercato. Chi vuol comprare e vendere deve transigere con loro. E stringere un accordo che pure sarebbe vietato e che non ha alcuna valenza formale. Tuttavia serve per ricattare le società e costringerle a piegarsi a una volontà a loro esterna.

Per proteggersi da questi ricatti i club non hanno altro mezzo che inserire nei contratti clausole di rescissione sempre più alte. Eppure mai troppo alte per l’appetito di oligarchi, emiri e nuovi poteri finanziari attratti dalla globalizzazione. Così il prezzo delle cessioni e degli ingaggi lievita e perde qualunque rapporto con un criterio coerente di patrimonializzazione dei talenti. Così, ancora, il fatturato del calcio cresce sostenuto dal crescere dei costi. E per tamponare questa bolla viene in soccorso un’altra ipocrisia, potremmo dire un maquillage cosmetico del sistema: le plusvalenze. Nella scorsa stagione hanno raggiunto i 731 milioni di euro, quest’anno si prevede che sfondino il miliardo. Senonché una gran parte di questi incrementi di valore sono fi ttizi, grazie all’abitudine delle società di scambiarsi i giocatori come fi gurine, assegnando loro prezzi nominali arbitrari. La prova del trucco è che sotto sotto i debiti e gli ammortamenti crescono sempre di più. Questo per dire che Barella, Giulini, Fienga e Marotta si sfi dano in equilibrio instabile sulla convessità di una bolla che da un giorno all’altro potrebbe scoppiare. A riprova di come il mercato è la più grande leva per la crescita di un sistema, e il mercato senza regole ciò che può sfasciarlo quando meno te l’aspetti.

Giulini: "Barella? Abbiamo un accordo con la Roma"

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