Se l'emergenza vince sulla libertà
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Se l'emergenza vince sulla libertà

Ci si indigna per la madornale gaffe della Juve, che vieta i biglietti della partita contro il Napoli del 31 agosto ai nati in Campania. Ma non ci si indigna se questo divieto riguarda i residenti, così come avviene abitualmente da anni per tutte le partite a rischio del campionato. Ma scusate, è forse meno grave? E quale sarebbe la differenza tra la colpa di nascere e la colpa di risiedere? Mettetevi nei panni di chi, nato a Torino e residente a Caserta, piuttosto che a Battipaglia, magari tifoso juventino, viene interdetto dall’acquisto del biglietto per questa kafkiana quanto inutile misura di prevenzione. Che non ha fin qui impedito ai violenti di assediare armati gli stadi e di scatenare la furia contro gli ultrà rivali o le forze dell’ordine.

Quando l’emergenza s’impossessa della libertà, la democrazia è più debole. Lo spieghi ai dirigenti bianconeri Maurizio Sarri, che è nato a Bagnoli, e che, in base a quel divieto, senza il patentino di allenatore allo Juventus Stadium non avrebbe diritto d’accesso. La gaffe della Juventus racconta tutta l’ipocrisia del calcio italiano e la sua tendenza a schivare i problemi scaricandoli sull’avversario di turno. Ne dovrebbe sapere qualcosa Andrea Agnelli, prima inibito e poi solo multato dal tribunale federale sportivo per aver ceduto i biglietti agli ultrà, se pur ignorando che fossero bagarini della ‘ndrangheta. Ma certo non erano banditori d’asta di Christie’s.

Resta il fatto che ad oggi nessun club italiano può dire di aver reciso del tutto quel cordone ombelicale con le frange grigie, e talvolta nere, del tifo organizzato. Chi pure ci ha provato, come Aurelio De Laurentiis e Claudio Lotito, lo ha fatto a suo rischio e pericolo, sfidando pressioni e ricatti. Come quelli di Fabrizio Piscitelli, meglio conosciuto con il nome di Diabolik, freddato l’altra sera con un colpo di pistola alla testa in un agguato mafioso al Parco degli Acquedotti a Roma. Per anni padrone incontrastato della curva nord e re del merchandising che, sotto gli occhi distratti dei dirigenti biancocelesti, gli aveva fruttato un patrimonio di due milioni di euro, Piscitelli era stato condannato tra il 2013 e il 2015 a 4 anni e 8 mesi per aver importato 183 chilogrammi di hashish dalla Spagna, e a 3 anni e 2 mesi per aver tentato con le minacce di facilitare una scalata illecita alla Lazio di Lotito. Ma le due condanne e il Daspo non gli avevano impedito di riprendere il controllo della “sua” curva, dove, meno di un anno fa, alla vigilia di Lazio-Napoli, aveva fatto diffondere volantini che vietavano alle donne di sedersi nelle prime dieci file.

Queste vicende dimostrano che, di tutti i modi per liberarsi dal giogo dei teppisti, il calcio italiano ha scelto quello meno efficace e più oneroso: far pagare due volte il prezzo della violenza ai tifosi veri. La prima lasciando le curve nelle mani dei delinquenti. La seconda impedendo a tutti di seguire la squadra in trasferta. Un capolavoro di harakiri, in nome di un malinteso senso della prevenzione. Che funziona solo se è chirurgica e che altrove – in Francia per esempio – riconosce ai club il diritto dovere di esercitare la clausola di gradimento, negando biglietti e abbonamenti a chi non merita di stare seduto in uno stadio. Ci arriveremo anche noi, prima o poi. Per intanto potremmo evitare di svuotare gli stadi con misure buone solo a coltivare i pregiudizi, salvo poi attribuirne la paternità alla polizia.

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