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Razzismo, lo scatto del coraggio

Razzismo, lo scatto del coraggio
© AFPS

Avevamo sollecitato da queste colonne una voce. È arrivato un coro. Per la prima volta il calcio ha guardato con coraggio dentro di sé, ha visto tutta intera la vergogna del suo razzismo e ha detto di volerla affrontare. A parole così impegnative devono seguire fatti. Noi li osserveremo, senza sconti, ma anche senza preconcetti.

Però ieri i venti club di serie A hanno fatto uno scatto che li porta davanti al Paese. Perché hanno ammesso che aver negato, ignorato o sottovalutato per anni il problema lo ha ingigantito. Perché hanno sentito finalmente la frustrazione dell’isolamento in cui si sono cacciati. Perché hanno capito che la battaglia va combattuta dentro casa propria e senza più perdere tempo. E perché, da ultimo, hanno chiamato la questione per quella che oggi è: “un flagello”. Questa parola, non casuale, spiega una consapevolezza inedita, perché dimostra fi - nalmente di aver compreso qual è la percezione del problema non solo da parte delle vittime, ma anche da parte di chi vittima non è, ma guarda ai razzisti con lo stesso sdegno e riprovazione con cui loro guardano ai propri bersagli. In parole semplici, il calcio dei razzisti ha capito non solo di essere tale, ma di fare anche schifo al mondo che sta oltre le sue anguste mura.

Da quest’abisso bisogna ripartire. Con i fatti, che adesso s’impongono. E che richiedono coraggio e, soprattutto, coscienza che il fenomeno non si sradica senza pagare un prezzo. Per una società che ha una curva dove, non più “pochi cretini”, ma i nove decimi gridano “buu”, signifi ca accettare di sfidare il senso comune e considerare questa sfi da come un rischio da correre e un investimento per un nuovo modo di vivere il calcio. Significa fare terra bruciata attorno agli estremisti, anche se gli estremisti sono ormai la massa. Cioè anche a costo di perdere una parte del pubblico pagante. Per la Federazione, i suoi giudici, gli arbitri, signifi ca assumere responsabilità fin qui disattese o scaricate su altri.

Da ultimo, la lettera aperta dei presidenti parla anche all’Italia in un momento travagliatissimo della sua storia. Non perché abbia un contenuto politico. Anzi, a volerglielo attribuire, si cadrebbe nell’errore di strumentalizzare il senso del messaggio, che è più ampio. Ripudiare e combattere con ogni mezzo il razzismo non ha niente a che fare con le strategie dell’immigrazione e della sicurezza. Ma riguarda il modo con cui una società si relaziona con l’altro da sé, e sceglie senza discriminare. Una volta tanto è il calcio a spiegarlo a quella politica che non fa che mescolare cose diverse e confondere.

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