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Quando uno vale uno fa sempre zero

Quando uno vale uno fa sempre zero
© LAPRESSE

Il Paese e il calcio possono ripartire soltanto se promuovono la competenza. Che non si ottiene superando un esame online. Da anni - non vi dico gli ultimi - in quasi tutti i settori della nostra vita domina il maledetto concetto dell’uno vale uno, ovvero l’appiattimento assoluto, l’azzeramento di conoscenza e esperienza, e i disastri sono fin troppo evidenti. Tanti ripetono che la pandemia ci costringerà a cambiare. Inizialmente l’avevo pensato anch’io, ma con il passare del tempo e dopo aver ascoltato e letto alcuni interventi ho smesso di crederci: in una condizione di emergenza come quella che stiamo vivendo la differenza tra l’esperto e l’improvvisato è stridente e imbarazzante.

Con un’espressione particolarmente colorita - bunda na recta - che non ho intenzione di tradurre, i brasiliani definiscono l’esposizione a una serie di spiacevoli rischi: ecco, noi in questo momento siamo così. In pericolo e allo sbando.

Inutile dire che il calcio si è consegnato a una pletora di orecchianti, al punto che oggi è assai difficile fare l’elenco di quelli realmente centrati: manager strapagati che nella vita hanno firmato soltanto sconfitte o sfruttato il vento di altri e oggi guidano club prestigiosi; presidenti che nel pallone hanno trovato un insperato mezzo di sussistenza; dirigenti piombati da altri mondi, incapaci di capire perfino la lingua. L’incompetenza non è peraltro garanzia di onestà, e se la vera competenza è dimostrata dal risultato finale, i 2 miliardi e mezzo dell’indebitamento complessivo del nostro calcio non lasciano dubbi in proposito.

Purtroppo non vedo all’orizzonte dei nuovi Boniperti, Viola, Allodi, Galliani, professionisti che avranno (hanno) anche commesso degli errori ma che sapevano come trattare la materia e affrontare ogni genere di difficoltà

Dalle mie parti si tira un respiro di sollievo quando si è soddisfatti di un progetto realizzato con efficienza da un operatore competente e gli si dà una qualifica doppiamente preziosa: la gioia in mano all’orefice. Con il tempo ha assunto un altro significato, come dire un colpo del destino, lucky strike. Che non è una sigaretta ma il quotidiano affidarsi all’imponderabile, o peggio, al potere di chi l’ha sempre esercitato e ancora si stupisce di inattese sortite. La competenza è così rara che diventa potere. Vengono in mente altri tempi, altre storie, altri protagonisti e dopo la tremenda lezione che stiamo subendo, insieme alla caduta di fede nella globalizzazione e nella tecnologia che non ci hanno salvato da una condanna biblica, si registra una più umile ma sanissima voglia di artigianato, di mani che lavorano più che di parole che volano. Dicono che da certe sciagure epocali si può risorgere più forti, anzi, lo dice la storia. Basterebbe conoscerla.

Ma la competenza per essere assoluta deve essere anche dialettica: determinante infatti è la capacità di saper dire la cosa giusta al momento giusto, così come quella di tacere quando anche una sola parola sbagliata può danneggiare un progetto.

Chiudo con un grido d’allarme peraltro già lanciato dagli agenti che non hanno accesso a Corte: troppo nobili i nostri dirigenti per confrontarsi con chi ne sa, probabilmente, più di loro. Il mondo del calcio è seduto sul cratere di un vulcano attivo: esponenti della malavita nazionale e internazionale con notevoli liquidità stanno acquisendo il controllo di molti giocatori grazie a una norma sbagliata, quella della libera cessione delle procure. Il giorno in cui i delinquenti avranno in pugno quattro giocatori di una squadra e quattro dell’altra, come pensate che possa finire la partita?

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