Se un ministro corregge il premier

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Alessandro Barbano

Nel giorno in cui l’Italia riapre ma non riapre, il calcio riparte ma non riparte. L’allenamento del lockdown non ci risparmia un altro mese di privazioni e divieti. E la confusione regna sovrana sotto il cielo dello sport. Dal 4 maggio la Pellegrini potrà nuotare in piscina. Ma nella stessa piscina a Immobile sarà interdetto l’accesso. C’è il via libera alle discipline individuali, come il tennis e il nuoto. Non agli allenamenti individuali di sport collettivi. Formello, Trigoria, Pinetina e Continassa restano chiuse agli atleti. Che saranno costretti, come ciascuno di noi, a cercare un parco sotto casa. È l’ultimo sinistro sortilegio di un ministro che il calcio proprio non ama.

Nella tribuna di Fabio Fazio, dove si esibisce con un malcelato sorriso, Vincenzo Spadafora lo fa intendere con plastica chiarezza, sottolineando che il protocollo sanitario della Figc è stato bocciato dagli scienziati e smorzando gli entusiasmi per una ripresa degli allenamenti collettivi, che pure Giuseppe Conte ha poco prima annunciato per il 18 maggio. Niente è sicuro, dice il ministro, correggendo il premier, facendo notare che l’Olanda ha chiuso i campionati, la Spagna forse lo farà e, se pure la Germania sta per ripartire, presto potrebbe ravvedersi. Eppure l’annuncio di Conte era parso poco prima una buona notizia per il calcio e per il Paese. Perché sembrava interrompere una navigazione a vista e consentire di riprogrammare la fine del campionato tra giugno e luglio. E perché rappresentava una decisione politica, assunta contro il parere del comitato tecnico scientifico.

Insieme all’allentamento del lockdown, segnava il primo affrancamento della premiership di Giuseppe Conte dalla tutela degli epidemiologi, che fin qui hanno dettato non solo la strategia sanitaria, ma anche le modalità politiche in cui è stata tradotta e imposta ai cittadini. Se il risveglio dell’Italia coincide con uno scatto d’orgoglio della politica, lo verificheremo dai prossimi atti. Però, il governo dimostra incertezze e ambiguità nel valutare il rapporto tra gli obiettivi epidemiologici e i prezzi sociali ed economici delle misure adottate.

La Fase due dovrebbe annunciarsi con la consapevolezza che, da qui in poi, la sfida al virus è una strategia di riduzione del rischio. Che ci consenta di far ripartire la vita in un Paese spento per due mesi. Significa non solo riaprire fabbriche, uffici, negozi, scuole, luoghi di aggregazione e socialità, attività sportive e culturali, ma tenerli aperti anche di fronte a una possibile nuova fiammata autunnale dei contagi. Perché l’impresa riesca occorrono due condizioni. La prima si chiama responsabilità. La premessa per sfidare il rischio vuol dire accettare che esso esista. E condividerlo, non scaricarlo sui rivali o invocare improbabili scudi legali. Questo vale nel lavoro come nello sport. Non è pensabile che l’imprenditore o il presidente di un club di calcio pretendano di essere sollevati dal rischio che un loro dipendente o un calciatore si ammali. La responsabilità va commisurata alla diligenza che ciascuno, in ragione del ruolo che svolge, saprà adottare. Non in relazione al verificarsi dell’evento imprevisto.

La seconda condizione si chiama efficienza. Significa ridefinire una strategia selettiva di lotta al virus, che impone un rapido efficientamento strutturale, organizzativo e culturale. Servono regole di ingaggio nuove in tutti i settori della vita pubblica. Per il calcio significa proteggere gli atleti nei loro allenamenti e nei loro trasferimenti. Ma non si può pensare che la positività di uno fermi tutto il campionato. Così come non si può pensare che la malattia di un singolo dipendente fermi una fabbrica o un ufficio.

In linea con quanto disposto in Germania, il protocollo della Figc risolveva l’imprevisto, prevedendo tamponi rapidi a tutti coloro che sono stati a contatto con il contagiato e un’altrettanto rapida ripresa dell’attività agonistica. Su questi nodi si misura la capacità del sapere scientifico di mettersi al servizio della vita pubblica o piuttosto di regolare i propri rapporti di forza. Purtroppo negli infiniti tavoli tecnici in cui si è trasformata la burocrazia pubblica del Paese, l’arte del cavillo l’ha fatta da padrone. Nelle trattative sul futuro del calcio interessi di bottega, ripicche individuali e intransigenze ideologiche hanno costituito fino all’ultimo secondo un fattore di inquinamento di cui proprio non si sentiva il bisogno. E la smania di protagonismo del ministro dello Sport ci ha messo il cappello. Come finirà? Lo scopriremo solo vivendo. Ma non c’è da stare allegri.

P.S. Conte si è accorto che, dieci minuti dopo una storica conferenza stampa, un suo ministro lo ha in parte smentito?

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