I dubbi degli scienziati che hanno convinto Conte: il retroscena sul nuovo decreto

Il Premier ha mediato per cercare di sbloccare la situazione nonostante la stretta suggerita dal comitato Tecnico-scientifico del Governo. Stavolta vantaggi solo per gli sport individuali
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Andrea Ramazzotti

La responsabilità se l’è presa il premier Giuseppe Conte. E’ stato soprattutto lui a scommettere sulla ripartenza del mondo del calcio. Almeno per quel che riguarda gli allenamenti. Non in tempi brevi come era stato ipotizzato nei giorni scorsi, prima della stretta arrivata nelle riunione di ieri quando il 4 maggio sono stati consentiti solo gli allenamenti per gli atleti degli sport individuali, e non quelli per gli sport di squadra. Questi ultimi sono stati rimandati, almeno nei centri sportivi, al 18. Con il paradosso che adesso la Pellegrini, tanto per fare l’esempio della nostra campionessa più famosa nel mondo, potrà lavorare nelle strutture che utilizza, mentre Immobile, tanto per citare solo il bomber della Serie A, dovrà correre lontano da Formello. Magari in uno dei parchi di Roma. Come un runner qualsiasi. Se il calcio in passato era stato accusato di avere una corsia preferenziale rispetto agli altri sport, stavolta è successo l’opposto. Per colpa del virus e del contagio. Ma è successo. La ricostruzione fatta nelle ore immediatamente successive al discorso di ieri sera del premier parla di un dpcm più stringente, del quale hanno fatto le spese anche gli sport di squadra. La parola d’ordine è stata evitare gli assembramenti e la possibilità di fare allenamenti all’interno dei centri sportivi, pur con orari diversi per tutti i singoli calciatori, avrebbe portato questo rischio.

Brusaferro e Resta a Conte: evitare il rischio

Oggi il Coni consegnerà al governo la Certificazione delle attività sportive nella quale sarà valutato il rischio di contagio di ognuna delle 387 attività italiane, ma, anche senza leggerlo, il comitato tecnico scientifico del governo ieri aveva già chiaro che per gli sport di squadra il coefficiente di rischio è più alto. Ed essendo il contagio nel Paese ancora in atto, anche un’apertura minima agli sport di squadra avrebbe potuto trasmettere un segnale sbagliato. Non c’entra il fatto che i calciatori sarebbero stati visti come privilegiati. Gli scienziati non ragionano con certe basi. Le loro considerazioni sono state fatte solo su basi scientifiche. Ecco perché le spese di questa stretta l’hanno fatta anche alcune categorie lavorative: c’è stato per esempio lo spostamento in avanti, rispetto a quanto ipotizzato, dell’apertura di parrucchieri ed estetiste, ma anche dei bar. Se dunque la chiusura sul futuro del calcio non è stata netta, nel breve periodo non c’è stato neppure l’assist dei centri di allenamento. Gli esperti del comitato, su tutti Resta e Brusaferro, hanno consigliato il premier a non affrettare la ripresa del pallone con gli allenamenti nei centri tecnici e a creare una distinzione netta tra sport di squadra e sport individuali. Il pallone si potrà consolare con il fatto di poter comunque ambire a completare in tempo il campionato. I tempi però restano stretti e riprendendo gli allenamenti il 18 maggio, adesso ogni contrattempo sarà fatale.

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