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Perché in guerra non vincono i furbi

Perché in guerra non vincono i furbi
© Juventus FC via Getty Images

Lee Dong-gook, chi era costui? Di lui hanno un vago ricordo i tifosi del Middlesbrough, squadra della seconda divisione inglese, dove l’attaccante sudcoreano ha giocato quattordici anni fa. Ventinove partite e due soli gol. Le sue prestazioni furono così mediocri che risulta trentesimo nella classifica dei cinquanta peggiori attaccanti di tutti i tempi della Premier. Ma da ieri pomeriggio è il portabandiera della rinascita del calcio nel mondo. A quarantuno anni appena compiuti, entra dalla panchina nel secondo tempo e con un colpo di testa all’81’ regala la vittoria al Jeonbuk Hyundai contro il Suwon Samsung. In quel momento sugli schermi di trentasei paesi che hanno acquisito i diritti televisivi, compresi Germania e Gran Bretagna, la sagoma segaligna dell’attaccante svetta tra la difesa avversaria, complice una marcatura da distanziamento sociale che sembra imposta dal protocollo del lockdown, e insacca tra i cori registrati dei tifosi. Nell’arsura di calcio, che fa più secco questo insolito maggio, il suo mediocre gesto atletico vince sul kitsch della coreografia coreana. E dimostra tutta intera la potenza consolatrice della tecnologia televisiva, che nell’attesa di Lewandowski e, speriamo, anche di Dybala, ci disseta con Lee Dong-gook.

Se il calcio ripartirà, deprezzato di un miliardo, indebitato di quattro, senza spettatori e senza sussidi, che nessun governo mai gli riconoscerà, lo deve alla tivú. Lo hanno ben compreso i tedeschi, che dal 16 maggio tornano in campo grazie a un accordo preventivo tra Bundesliga e broadcaster, sostenuto dal governo. Dieci per cento di sconto sull’intero ammontare del contratto annuale e via libera alle nove partite che decideranno chi, fra il Bayern, il Borussia Dortmund e il Lipsia, conquisterà il titolo. Scongiurando il crack di tredici su trentasei club. L’approccio tedesco è un modello per le altre Leghe europee ed insieme un protocollo civile per la Fase due. Si fonda sulla condivisione del rischio tra tutti i soggetti in campo, pubblici e privati, e sull’efficientamento della sfida sanitaria al virus. Non è un caso che la Germania sia entrata nella pandemia dopo di noi e ne sia uscita prima con un quarto delle vittime, senza l’idiozia di divieti ridicoli, e con costi economici e sociali molto minori. Nella rimessa in moto della macchina calcistica non è che siano mancati, ai tedeschi, i dubbi e perfino le polemiche. Ma il metodo del dialogo e il profilo istituzionale degli attori sono stati più forti di tutto.

Se adesso in Italia uomini di governo si sbilanciano a dire che il calcio ripartirà, è per un sano spirito di emulazione che finalmente ha contagiato una classe dirigente di sbandati. Divisa tra ministri saltimbanchi in cerca di rivincite personali, consulenti convinti di essere un po’ scienziati, un po’ sacerdoti e un po’ magistrati, dirigenti sportivi e presidenti dei club l’un contro l’altro armati. Qui di accordi se ne sono visti pochi. In tutte le trattative, che fossero con i calciatori o con i broadcaster, ciascuno ha cercato di speculare per sé. E siccome l’economia di guerra è l’Eldorado dei furbi, qualcuno che si credeva più furbo ha pensato di fermare il giocattolo del campionato, per non pagare gli ingaggi e pretendere invece il pagamento dei diritti televisivi. Altro che condivisione del rischio. Così una Lega ostaggio di tali interessi non ha mai cercato seriamente un accordo con le tivù. Ha chiesto il rispetto dei contratti, pur non potendo garantire la prestazione delle partite.

Ma in guerra non vincono i furbi. Vincono quelli che intuiscono che cosa verrà dopo e come gestirlo. Nel 1944 a Bretton Woods le democrazie scrissero le regole della rinascita civile, che dopo la Liberazione e la fine dei regimi ci regalarono decenni di crescita e progresso. Il paragone forse è un po’ eccessivo, parlando di calcio. Ma lo è meno se si tiene conto che il conflitto e l’impasse del calcio sono lo specchio dell’Italia che esce dalla pandemia come da una guerra lampo. E che in due mesi ha perso trentamila vite, molta ricchezza e parte del buonumore. Per ripartire non basta il via libera delle Autorità. Ci vogliono fiducia e accordi. Altrimenti nella lunga estate a porte chiuse che ci aspetta continueremo a consolarci con le mediocri prodezze di Lee Dong-gook.

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