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Diego Maradona e il balletto in rete, fuoriclasse dell'autodistruzione

Diego Maradona e il balletto in rete, fuoriclasse dell'autodistruzione

L’ avrò visto cento volte e non mi stanco di guardarlo. Emir Kusturica si taglierà le vene all’idea di non averlo potuto inserire nel suo “Maradona”. Quel balletto ipnotico di un uomo in ciabatte, strafatto, perso, con tutta quella carne addosso e chissà quanto alcool in pancia, che si allaccia come un vecchio orango alla sua poco affabile bionda. Prima ancora di appiccicarci sopra ogni possibile commento e mentre la ripugnante gang dei social si è già infilata l’infradito della deplorazione: la bellezza inarrivabile di quel video. Non collocabile con precisione nel tempo, ma collocabile certo nella parabola di un uomo che non la smette di dare scandalo di sé. Dal giorno in cui ha saputo che “essere Maradona” è una gigantesca menzogna e che vero è tutto il resto, quella carne addosso, la vita che passa e la bionda che ti abbraccia, ma non c’è amore. Due minuti scarsi (risalenti a un anno e mezzo fa) che raccontano la grandezza al suo apice, il giorno in cui è perduta per sempre. Sulle note maliarde di “Bombon Asesino” dei Los Palmeras (Ennio Morricone non avrebbe saputo fare di meglio), i Casadei della cumbia argentina, Diego Armando Maradona, l’uomo che è stato in cima al mondo, ora mostra il suo culo nudo e flaccido a chi lo sta per tradire.

Come dire: “Prendetelo, fotografatelo e mostratelo, non sarà per questo che io sarò meno Maradona e voi meno miserabili”. Nemmeno Almodovar al suo meglio. Impossibile scansare lo sguardo. E dobbiamo dire grazie all’infame che, dopo averlo girato, lo ha messo in rete, a quel Giuda nascosto tra i presunti amici di Diego, che gli amici quasi mai ha saputo scegliergli. Ammesso che un genio di questa dimensione abbia mai scelto qualcosa. A cominciare da questo suicidio distillato negli anni. Più sfarzoso e dunque maradoniano di una palla brutale in testa alla Cesare Pavese.

Una sfilza di prodezze nel teatro dell’autodistruzione. Quando sei stato Maradona e non sarai mai un saputo trombone tappezzato di medaglie che porta in giro la sua vecchia gloria. Disponibile a frequentare solo gli inferi e le divinità, oppure nessuno. Non era molto diverso quel giorno Diego, gonfio come una rana, che salì caracollando le scalette dell’aereo per raggiungere il suo amico Fidel Castro a Cuba, non sapendo ancora se a salvarsi o a dannarsi.

Video pirata che, guarda caso, circola in rete lo stesso giorno in cui Diego, 34 anni prima, segnava in Messico all’Inghilterra il “gol più bello della storia”. Di sicuro, il più delirante. La decadenza di Diego non è un boulevard al suo tramonto, non c’è la cosmetica lussuosa e ridondante delle vite da star, ma una scena domestica pornografica per l’insieme di squallore e apatia, dove l’autodistruzione di Diego trova la sua via maestra.

Un balletto debosciato, in cui spicca una forma di lucidità spirituale: se disfatta deve essere, che sia almeno radicale. Dopo aver deliziato le folle, sparato la faccia allucinata alle telecamere, ora Diego mostra il suo sedere molle al mondo, non avendo più nulla e nessuno da dribblare. Proteggerlo da se stessò Impossibile. La strada è segnata. E anche il verso.

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