Ventura esclusivo: "Nei derby col Torino ho subito scorrettezze. Nazionale? Un delirio"
Nella prima, quella sportiva, sei stato l’ultimo allenatore del Toro a vincere il derby.
«Me lo ricordano costantemente i tifosi e io ripeto loro che con il Var ne avremmo vinti molti di più. Subimmo un sacco di angherie, a detta di tutti. Senza scendere in particolari, rigori non dati, espulsioni non comminate, gol buoni non assegnati. Ti posso assicurare che sarebbero stati più di uno».
Il 2-1 dell’aprile 2015 lo ricordi bene?
«Gol di Pirlo su punizione, ribaltammo il risultato con Darmian e Quagliarella. Ma ne giocammo di migliori. Mi resta dentro non tanto la partita in sé quanto quello che accadde il martedì seguente. Alla ripresa degli allenamenti vennero al campo decine di tifosi, tanti avevano le lacrime agli occhi, li ho visti piangere per la felicità».
Precisamente, cosa non ti piace del calcio attuale?
«Mi annoia. Non emoziona più. Ho allenato quando c’erano Ronaldinho, Zidane e Kakà, quando il dribbling, il tunnel, la giocata di qualità erano all’ordine del giorno. Oggi è un calcio quasi comico. Salti di testa con le braccia dietro la schiena, se cadi per terra e il pallone colpisce un braccio ti fischiano contro il rigore una volta sì e l’altra pure. Dopo uno scontro ordinario uno si accascia e un semplice tocco viene trasformato in un taglio di scimitarra. Il calcio è uno sport di contatto, ma a qualcuno non sta più bene... Col Var Maradona avrebbe segnato quattro gol a partita, mentre molti difensori di allora oggi giocherebbero al massimo quattro gare a stagione. Alcune regole sono demenziali. Io guardo il Psg, il Barcellona, inseguo ancora l’emozione».
Come allenatore rientri nella categoria degli innovatori.
«Il portiere che gioca con i piedi lo introdussi io a Bari. Gillet aveva piedi d’oro. I miei due centrali erano Ranocchia e Bonucci, diciannove e vent’anni. Ci presentammo a San Siro contro l’Inter del triplete e facemmo 1 a 1, ma nei venti minuti finali sprecammo tre palle gol. Quando si parla di calcio organizzato quali squadre si ricordano?».
Lo vuoi sapere da me?
«Il Chievo di Delneri, il Bari di Ventura, il Genoa di Gasperini, il Napoli di Sarri».
Io non ho dimenticato la Nazionale di Ventura, purtroppo, e non sono il solo. Anche in quel caso apristi una strada, quella dei fallimenti azzurri.
«Sbagliai».
Ne sono convinto.
«Sì, ma non per i motivi che immagini tu».
Quali allora?
«Avrei dovuto pensarci tre volte prima di accettare. Per la Nazionale lasciai un contratto di tre anni con una squadra che tutti gli anni gioca in Europa».
Quale?
«Che importa ormai».
La Lazio. Arriva al punto.
«Arrivo al punto. Dopo soltanto venti giorni capii che non c’erano i presupposti per fare calcio».
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