Briatore, intervista esclusiva: "Elkann, serve stabilità per la Juve”
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«Flavio Briatore, un uomo che è innamorato del suo lavoro e che, proprio per questa ragione, miete successi anno dopo anno». Parto da qui: dal “pudore” col quale si descrive sui social. Imprenditore, ma anche - per wikipedia - dirigente d’azienda, dirigente sportivo, personaggio televisivo e socialite italiano. «C’è qualcosa di sbagliato? Sono un imprenditore in senso lato, in vari settori, dallo sport al food and beverage».
Immodestamente...
«Bisogna essere diretti».
Flavio, la sconfitta l’hai mai incrociata?
«Se è capitata non me ne sono accorto, mai fatto drammi. Non può aver inciso sulla mia vita, mi è mancato il tempo. Quando la tua realtà è la stessa di tante persone che lavorano per te e con te, il senso di responsabilità impone di guardare sempre oltre».
Perciò non credi che le sconfitte facciano crescere più delle vittorie.
«No, quando troppa gente partecipa all’attività. Nel mio caso, milletrecento tra dipendenti e collaboratori. Anche negli sport individuali non si è mai soli».
Sei sempre stato questo? Mai un cedimento, neppure da ragazzo?
«John Elkann si nasce, Briatore si diventa. Sono percorsi molto differenti, non so dirti quale sia il più semplice».
Secondo te Elkann ama realmente la Juve o in fondo la subisce?
«Credo di sì: che la ami. È un tipo distaccato, forse anche timido, ma la Juve e la Ferrari sono parte della storia della sua famiglia. Non escludo che sia maggiormente interessato alla Ferrari, al motorsport. Ma è una questione di formazione, di gusto personale».
La Ferrari e Briatore potrebbero essere compatibili?
«Ho lavorato quindici anni con i francesi e uno che lavora per tanto tempo con i francesi è compatibile con tutti e tutto».
Mai stati vicini?
«Io e la Ferrari? No. Nel ’95-96, ai tempi di Giraudo alla Juve, Umberto Agnelli abbozzò un discorso. Ma a quei tempi ero socio Benetton, non se ne poteva fare nulla... La Ferrari è troppo importante per la Formula 1, non importa che sia vincente, competitiva sarebbe sufficiente. La Ferrari garantisce luce all’intero sistema. Ha una tifoseria che metabolizza rapidamente la delusione, troppo forte e sincera la passione».
Cosa le serve?
«Gli uomini giusti. Il prodotto lo fanno gli uomini».
Per te l’espressione “uno vale uno” non ha senso?
«È una solenne stronzata. Per questo mi circondo di gente valida alla quale do tanta autonomia. Non imbavaglio nessuno, mi limito a esercitare il controllo. Dormo con un occhio solo e curo molto il rapporto con i dipendenti, che è alla base di ogni successo».
Nell’ottimismo c’è magia. Nel pessimismo non c’è nulla. Non è mia.
«Ma è buona, anzi ottima. Bisogna sempre andare avanti. Oggi ho l’obiettivo più realistico che ottimistico di ricostruire il Team Renault Alpine... Quest’anno abbiamo adottato la strategia della sofferenza».
Ovvero?
«Sapevamo di essere penalizzati dai motori, per cui abbiamo stretto un accordo con la Mercedes in funzione del 2026. Abbiamo sofferto consapevolmente quest’anno per cogliere i primi frutti il prossimo».
La Juve è alla terza rivoluzione non solo tecnica negli ultimi tre anni.
«Non va bene. La stabilità è troppo importante. Hanno preso della gente sbagliata, ma allora serve uno studio più approfondito all’origine. Tutti criticano Andrea (Agnelli, nda) ma con lui si sono ottenuti risultati eccezionali. Ai tempi di Giraudo e Moggi eravamo fortissimi. Era Juve e Milan, oggi è Inter e Napoli».
A proposito, ti sei chiarito con i napoletani dopo la battuta sulla comprensione del linguaggio di Sinner?
«Quel ragazzo è nato per soli 5 chilometri in Italia, altrimenti sarebbe stato austriaco. Dovremmo essere felici e orgogliosi del regalo che ci hanno fatto i suoi e il destino. Sinner porta l’Italia nel mondo, un’immagine vincente, e noi ci preoccupiamo della sua residenza fiscale, del suo no alla Davis. È un campione centratissimo, non va a Sanremo...».
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