Eriksen, il defibrillatore e la salute: parla il professor Paolo Zeppilli

Tra prevenzione e scenari futuri, il coordinatore della commissione medico scientifica della Figc è sicuro: "Abbiamo salvato tante vite"
Giorgio Marota

Pubblicato il 17.06.2026, 10:55

La prevenzione è la bussola che orienta - da sempre - il rapporto tra sport e salute in Italia. Negli altri Paesi ci accusano di essere troppo rigidi, ma qui se un cuore si ferma è assai complicato che possa tornare a battere ad alta frequenza su un campo di calcio. «Il medico dello sport ha il dovere di vietare un’attività sportivo-agonistica, specie se a grande intensità o in ambienti a rischio, quando c’è la ragionevole certezza che questa può gravare sulla cardiopatia dell’atleta», è la certezza del prof. Paolo Zeppilli, tra i massimi esperti nel settore, coordinatore della commissione medico scientifica della Figc, a pochi giorni dal caso Eriksen. Per la seconda volta, a distanza di cinque anni, abbiamo visto il danese accasciarsi a terra in mondovisione, eppure ogni nazione continua a ragionare con regole proprie. È un mondo sempre più connesso ma che non smette di andare a velocità differenti.

Prof. Zeppilli, perché?

«Ogni Stato ha le sue leggi, è una questione di cultura e di sensibilità. Nei Paesi anglosassoni la decisione finale spetta all’atleta che se ne assume la responsabilità, non è neppure obbligatoria la visita di idoneità. Noi, fermandoli per tempo, ne abbiamo salvati tanti».

Esiste davvero un diniego a prescindere, in Italia, per chi ha un defibrillatore impiantato?

«No, ogni caso è diverso. La Società Italiana di Cardiologia e la Federazione Medico Sportiva hanno appena istituito una task force dei migliori esperti per aggiornare i criteri sul defibrillatore. Si potrà anche giocare se il medico sarà certo che la patologia non si aggraverà e se il rischio di recidive ritmiche sarà basso».

Ci aiuta a capire cosa è successo a Eriksen?

«È assai probabile che abbia avuto una recidiva di un’aritmia ventricolare ad alta frequenza. E che il suo defibrillatore l’abbia interrotta con lo shock elettrico. Va ricordato che un defibrillatore si impianta per prevenzione primaria oppure secondaria, quindi a fatto avvenuto. Resta però una questione etica: perché rischiare la vita per fare sport?».

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Cosa ci dice il caso Bove?

«Posso dire che Edoardo è nel mio cuore, è un ragazzo intelligente e sensibile. Saprà scegliere la giusta strada».

Clima estremo, partite frequenti, fisici portati allo stremo. Questo calcio è rischioso per la salute?

«In qualche caso lo è. Quando si giocano troppi incontri ravvicinati in condizioni sfavorevoli, il soggetto rischia di andare in sovrallenamento. Una delle condizioni che si associano è la depressione del sistema immunitario. Io a Usa ‘94 c’ero con la Nazionale, giocammo uno sport estremo. Purtroppo non è cambiato niente rispetto a 30 anni fa».

Tranne il numero di partite che un atleta di alto livello è obbligato a giocare.

«Vero, ma è aumentato il numero di giocatori, c’è il turnover, ci sono le 5 sostituzioni. Girano anche più soldi: diciamo che i rischi sono purtroppo ben retribuiti. Certo, se uno ha un cuore appena appena malato... tutto questo non gli fa bene».

Uefa e Fifa, secondo lei, tengono alla salute degli atleti?

«Un dialogo con i medici c’è, anche se noi vorremmo certamente intervalli più favorevoli per il recupero. Molti anni fa da questi confronti nacque ad esempio la decisione delle famose 72 ore tra una partita e l’altra. Sembra poco, fu una conquista».

 

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