L’ultimo giro di campo di Protti: le lacrime, gli amici, Lucarelli e un urlo lacerante
Livorno piange. Nella città delle false teste di Modigliani e dello sberleffo istituzionalizzato nel pagine satiriche del Vernacoliere, da due giorni sorridere è diventato maledettamente più difficile. Va così da quando la famiglia ha pubblicato il “messaggio testamento” con cui Igor Protti in persona ha voluto far sapere che “questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale”. Ieri, però, sono state lacrime a fiumi. Un pianto di popolo e non è un’esagerazione perché all’“Armando Picchi” ieri pomeriggio alle 18, a salutare “Igor” (così lo chiamano tutti sugli spalti, come si fa con un amico o un parente), sono arrivati in più di 12mila, cogliendo di sorpresa anche l’amministrazione comunale che, dopo la tribuna coperta e la Curva Nord, feudo della tifoseria del Livorno, ha dovuto aprire anche la Sud. Tantissimi con la ‘’dieci” addosso, quasi tutti con qualcosa di amaranto e gli occhiali da sole per provare inutilmente a nascondere le lacrime che rigano le guance arrossate e i singhiozzi.
"Solo chi ti ha vissuto può capire"
Sono venuti tutti per salutare lui. Non il “re” o il “principe” o lo “zar”. Non c’è nessuno di questi appellativi negli striscioni esposti ieri al “Picchi”. E, alla fine, non sono venuti nemmeno per salutare il bomber che ha preso il Livorno in serie C, e a suon di gol (130 in 287 partite), li ha riportati in serie A a 55 anni dall’ultima volta, anche se non è un dettaglio per un giocatore di calcio. Sono venuti per salutare quello che loro hanno scelto come condottiero e che non li hai mai traditi in anni di battaglie, nemmeno quando ha appeso gli scarpini al chiodo. Non è retorica e nemmeno esagerazione. Lo hanno scandito nei cori e scritto negli striscioni. Sono lì per abbracciare ancora una volta “Igor Protti, il capo degli ultrà”, come recita uno striscione srotolato nel cuore della nord, sotto la gigantografia del capitano a torso nudo e con la fascia al braccio che corre incontro alla Nord. E soprattutto come recita quel coro, cantato per anni in tutti gli stadi d’Italia, ma spesso pure nelle piazze della città, anche dopo quel Livorno-Juve del 22 maggio 2005, ultima partita del bomber nel “suo” stadio. E che ieri è stato ripetuto all’infinito, quasi come una nenia, un modo per farlo restare ancora un po’ con loro. Per essere certi che non vi fossero equivoci lo hanno pure scritto in un altro striscione, lungo quanto tutta la Curva Nord e che diceva: “Ciao Igor, oggi salutiamo l’uomo prima che il calciatore: solo chi ti ha vissuto può capire”.
L'ultimo coro, un urlo lacerante
È così che la Curva Nord ha accolto il feretro del capitano, entrato dalla gradinata intitolata a “Piermario Morosini, accompagnato dalla famiglia: la compagna Daniela, la figlia Noemi, che Protti, poche settimane fa, ha voluto accompagnare all’altare per il matrimonio nonostante le già gravi condizioni di salute, e l’altro figlio Nicholas. Poco più indietro, Cristiano Lucarelli, con cui Protti ha composto una coppia tanto micidiale sul rettangolo verde quanto legata nella vita, e il sindaco Salvetti. Pure loro non sono riusciti a trattenere le lacrime. È sotto la Nord che il feretro è stato chiuso e la bara ricoperta di sciarpe e vessilli del Livorno e, soprattutto, la “dieci amaranto”. Poi, lentamente, Igor Protti inizia l’ultimo giro di campo. E, alla fine, quando il feretro sta proprio per lasciare lo stadio, tutti gridano “Igor, Igor”. Ma non è un coro. È più un urlo. Lacerante come un amore strappato.
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