Il mondo dopo Infantino: ora le dimissioni per rifondare
Una disfatta così non si era mai vista. Gianni Infantino alias Fifantino, l’uomo ossessionato dall’idea di andare forward, è stato costretto a compiere una precipitosa manovra in direzione backwards: indietro tutta. Il ritiro del progetto di Mondiali SPA, avvenuto nella notte tra venerdì e sabato, è stato una resa senza condizioni. Inimmaginabile fino a tre giorni prima, quando il presidente della Fifa pareva inattaccabile e veniva persino proposto per la carica di segretario generale dell’Onu dal presidente statunitense Donald Trump. Che adesso chissà cosa se ne farà, di questo (ex?) grande amico andato in picchiata from hero to zero. Conoscendo il trattamento che l’inquilino della Casa Bianca riserva agli alleati non più funzionali alle sue mire (un nome a caso: Giorgia Meloni), per Fifantino il peggio potrebbe essere ancora tutto a venire. In attesa che l’avvocato italo-svizzero abbia il buon gusto di dimettersi senza costringere il mondo del calcio a cacciarlo, c’è spazio per alcune considerazioni sparse. La prima riguarda una sottolineatura sul ruolo di JP Morgan che, cinque anni dopo il tentativo di Superlega europea per club, vede andare a sbattere un’altra volta nel giro di tre giorni un progetto di turbocapitalismo calcistico nel quale si è trovata coinvolta. Un consiglio ai signori della banca d’affari globale: lascino perdere il pallone.
Un’altra considerazione cruciale riguarda l’inatteso ritorno di forza dell’Uefa, che forse ha finalmente smesso di agire di rimessa e potrebbe riprendere a svolgere la sua missione: restituire al calcio europeo il suo valore, confermato una volta di più dall’ultimo Mondiale nonostante una distribuzione penalizzante dei sedici posti supplementari. Quando sarà il momento di eleggere un nuovo presidente Fifa, l’Europa dovrà essere in grado di incidere. Soprattutto, dovrà rimettere in discussione i meccanismi della competizione.
Realisticamente, tornare indietro dalla formula a 48 squadre è complicato. Sarà già abbastanza fermare il progetto di Mondiali a 64 squadre. Ma poi c’è anche da dire stop allo scempio delle candidature consociative, delle formule di compromesso per evitare la gara per l’assegnazione delle fasi finali. Una formula che ha portato all’assurdo dell’edizione 2030, assegnata a Marocco, Portogallo e Spagna ma con propaggine in Sudamerica. Alcune partite saranno ospitate da Argentina, Uruguay e Paraguay, e le tre nazionali ospitanti saranno qualificate di diritto. Dice che è stato per onorare il centenario del primo Mondiale. Benissimo: ma allora cosa c’entra il Paraguay? Forse è perché il presidente della Conmebol, il paraguaiano Alejandro Dominguez (nipote del genero di Alfredo Stroessner, uno dei dittatori più sanguinari nella storia del Sudamerica) è rimasto fino all’ultimo momento il più fedele alleato di Fifantino?
La Conmebol è stata l’ultima confederazione a prendere posizione su Mondiali SPA, senza dare un esplicito diniego. Ma allora, se il meccanismo delle qualificazioni d’ufficio è questo, lanciamo una provocazione: fissiamo la regola che chi ha vinto almeno un Mondiale non deve passare per le qualificazioni. Così diamo pure a Infantino l’occasione di fare la battuta d’addio sull’Italia.
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