Fabregas esclusivo: "Il picco è l'Inter. Lautaro il più forte, lo comprerei al Fanta. Paz ricorda Kakà"

Il tecnico della Champions a Como si racconta e si svela come mai in precedenza: "Iniesta, lui era il calcio"
Ivan Zazzaroni

Pubblicato il 08.08.2026, 07:40 (Aggiornato il 08.08.2026, 11:01)

Questo è l’estratto di una lunga videointervista che verrà pubblicata nei prossimi giorni.
Quaranta minuti insieme a Cesc Fabregas, l’allenatore più “nuovo” della serie A, il più ammirato, inseguito e invidiato, quello che da due anni ci mostra qualcosa di diverso, bello e efficace. Molto efficace, se è vero – com’è vero – che per la prima volta nella storia ha aperto al Como le porte dell’Europa più nobile. Questa è l’affermazione di un’idea chiara a tutti quelli che la stanno coltivando. Ma è anche il modo in cui un tecnico giovane, un ex campione, prende sul serio il lavoro di chi scrive.

Faceva molto caldo a Milano quando l’ho incontrato, ad abbassare la temperatura ha contribuito la disponibilità di Cesc, del quale - lui giovanissimo - uno dei suoi maestri, Arsène Wenger, disse: «Ha il cervello di un giocatore di trent’anni pur avendone sedici. Vede le cose prima degli altri».

A trentanove compiuti fa le cose meglio di tanti altri.

Cesc, si parla spesso di quanto ha speso il Como negli ultimi due anni e mezzo: sei un allenatore molto invidiato, oltre che apprezzato.

«Due anni e mezzo fa il Como era in B, oggi è salito fino alla Champions».

Vi è costata 400 milioni, euro più euro meno.

«Non a me, non a me personalmente. Non so cosa significhi invidia in questo senso. Sì, il Como ha speso, però è vero che la crescita del club sta procedendo a una velocità che sinceramente non ha precedenti. Il Psg ha speso mille e mille di milioni e ha aspettato quindici anni prima di vincere la Champions, l’Arsenal sette per la Premier. Non guardo tanto alla spesa quanto alla valorizzazione della squadra e dei singoli. È altrettanto vero che non abbiamo salari enormi, il nostro monte stipendi è inferiore a quello di otto, nove squadre».

I soldi li prendi tutti tu.

Ride. «Ah, è così. I ragazzi giocano gratis».

Hai vissuto due estati totalmente differenti. Un anno fa ti cercarono Inter, Milan, Roma, Napoli, Leverkusen. Sei mai stato davvero vicino a lasciare Como? Incontrasti alcuni dirigenti: se avevi già deciso di restare, perché hai voluto comunque ascoltarli? Stavolta ti hanno lasciato stare per via della Champions?

«Quando prendo una decisione non la cambio. No, non sono mai stato lontano da Como. Ero stato molto chiaro con il mio presidente. Per una questione di rispetto ascolto gli altri perché mi consente di spiegare le mie ragioni a chi mi dà valore, a chi mi cerca».

Lo scorso anno mi dicesti: «Qui ho fatto un bel campionato, adesso pretenderanno molto di più. Non posso fermarmi allo stesso risultato, le aspettative aumenteranno insieme alle pressioni». Sei arrivato in Champions, non ti chiederanno di vincerla, ma...

«La vita è così, no? Viviamo in un mondo in cui tutto gira velocissimo, nessuno aspetta nessuno. La nostra fortuna è che sappiamo molto bene chi siamo, cosa vogliamo, come lo vogliamo ottenere e con chi. Con dei ragazzi, con dei bambini. Quest’anno ancora di più perché sono andati via Sergi Roberto, che controllava un po’ lo spogliatoio, Alberto Moreno, Mergim (Vojvoda, nda), un ragazzo spettacolare, Diego Carlos. Stiamo parlando di quattro giocatori importanti che i più giovani rispettavano tantissimo. Adesso tocca ai ragazzi fare un passo avanti, prendendosi una responsabilità in più. Baturina, Nico Paz, Perrone, Da Cunha, Jacobo Ramon, Alex Valle... Pensa che il presidente dell’Udinese ha detto che Vojvoda è uno dei giocatori più forti della storia del club. E non ha ancora fatto una partita. È incredibile. Al Toro si sentiva emarginato, si dice così?».

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