Mourinho: "A Roma ho trovato la felicità". Dagli aneddoti di Ibrahimovic al retroscena di Zanetti sul Triplete all'Inter
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“Non si fa un documentario su un allenatore che non ha vinto niente. Io sono nato nel calcio, lo vivo ogni giorno della mia vita e senza di esso mi sentirei incompleto. Cosa si prova a vincere? Per me è normale, vinco da una vita”. Parola di Mourinho. Non poteva esserci inizio migliore per raccontare la storia di un allenatore che ha fatto la storia del calcio. Il documentario Netflix in tre puntate dedicato a Josè (disponibile da oggi sulla piattaforma) è un lungo racconto che parte da Setubal e che arriva in cima al mondo. È la storia di un uomo che si è fatto da solo, che ha dovuto combattere per entrare in quella cerchia ristretta di leggende perché “a quel tempo gli allenatori erano stati prima dei grandi campioni in campo e per questo entrare in quel club così chiuso e controllato è stato difficilissimo. Ma io volevo fare la storia e nessuno mi avrebbe ostacolato”. In tanti ci hanno provato, tutti hanno fallito.
Il racconto di José parte da una piccola camera nella sua casa sul mare a Setubal dove tiene tutti i suoi trofei e cimeli più preziosi. Sono tanti, tantissimi. Ci sono gli scarpini di Maradona e la prima maglia di Cristiano Ronaldo durante la sua stagione d’esordio allo Sporting. C’è anche una gigantografia che campeggia alle sue spalle mentre davanti alle telecamere dice: “Special One? Non mi ci sono mai sentito”.
Il racconto comincia a Londra, sulla panchina del Chelsea. Quando arriva a Stamford Bridge, nel 2004, ad accompagnarlo c’è un certo scetticismo: “Avevo vinto la Champions con il Porto due giorni prima ma nessuno voleva darmi credito”. Non è ancora una leggenda, non ha ancora vinto nulla in Inghilterra. Ma lui, davanti ai giornalisti, non mostra alcun timore. “Mi ritengo uno Special One”, la frase che poi diventerà la sua etichetta. Mentre lo dice ha il sorriso sarcastico e quegli occhi affilati che diventeranno la sua icona. Sir Alex Ferguson ascolta quelle parole e quasi non ci crede: “Non ha ancora giocato una partita e si definisce già lo Special One?”. Lui non conosceva ancora la fame di trionfi di quel tecnico brizzolato che già parlava perfettamente inglese.
Mourinho a Londra riscrive la storia
José ci mette pochissimo a conquistare Londra. C’era l’Arsenal di Wenger che volava ma soprattutto lo United di Ferguson che vinceva tutto. Il Chelsea aveva la forza economica di Abramovich e lo Special One in panchina. Il risultato? Due Premier League consecutive, una squadra trasformata, un’identità precisa. Il Chelsea diventa una macchina da guerra e José il suo comandante in capo. Poi, però, qualcosa si rompe. Il rapporto tra José e Abramovich si deteriora lentamente, fino a diventare una frattura insanabile. Mourinho sente che il club che aveva costruito non gli appartiene più. “Vedevo che nel box del boss in tribuna c’era tanta gente che era lì per i soldi. Non era più il nostro Chelsea. Mi sentivo tradito e volevo vendetta”. È una frase che racconta perfettamente Mourinho: perché una volta assaporata la vittoria, la sconfitta non è più solo una sconfitta ma diventa un affronto.
C’è un aneddoto che spiega meglio di qualsiasi altra cosa il suo rapporto con Abramovich. Un giorno Peter Kenyon, amministratore delegato del Chelsea, entra nel suo ufficio visibilmente imbarazzato: “José, Roman è in Sardegna sul suo yacht e il suo equipaggio continua a perdere a calcio contro lo staff di un hotel. Potresti andare lì e fargli vincere una partita?”. Mourinho ovviamente si rifiuta, Abramovich non la prende bene. Poco tempo dopo arriva l'addio. La sconfitta in Champions contro il Rosenborg è il punto di non ritorno. Mourinho viene esonerato. E nello spogliatoio accade qualcosa che, forse più di qualsiasi trofeo, racconta il legame che José sa costruire con i suoi giocatori: piangono tutti. John Terry ricorderà quel momento con dolore: “Penso spesso: ‘Se avessi marcato meglio l’attaccante che ci fece gol, magari quella partita non l’avremmo persa e lui sarebbe rimasto con noi ancora altri due anni’. Ero distrutto e devastato. Aveva un modo magico di conquistarci”. Ma anche Lampard e Drogba esaltano le qualità di Mourinho: “Ha creduto sempre in noi, ci ha difeso, non è semplice raccontare a parole l’importanza che ha avuto nella nostra carriera”.
Il 'traduttore' diventa padrone del mondo
Dopo il Chelsea arriva Barcellona che prova a sedurlo. José ci aveva già lavorato come preparatore dei portieri, analista e osservatore tattico. “Ero un collaboratore di Bobby Robson e lavoravo accanto a campioni come Ronaldo, Luis Enrique, Stoickov, Figo e un giovane Guardiola. Il Barça è un club straordinario”. Però qualcuno lo presenta come un semplice traduttore, un’etichetta che col tempo sarebbe diventata una barzelletta e della quale in tanti a Barcellona si pentiranno. Negli anni blaugrana Mourinho vive per il calcio: viaggia più di chiunque altro, guarda partite, studia avversari, prepara report per Van Gaal. La vita privata scorre parallelamente: muore la suocera, nasce sua figlia. “È stato un periodo assurdo ma diedi ancora di più perché volevo raggiungere il mio sogno. Quando oggi sento qualche assistente che si lamenta di essere stanco, lo insulto”. Il Barcellona, alla fine, sceglie Guardiola come allenatore.
Ed è quella la decisione che permetterà a Mourinho di imboccare la strada del Mito. Nel 2008 attraversa la frontiera e arriva a Milano, sponda Inter.
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