Malagò e Buonfiglio: c’eravamo tanto amati (o forse no)
Poco più di un anno fa, il giorno prima dell’elezione alla presidenza del Coni, Giovanni Malagò era l’ospite d’onore alla cena organizzata dal futuro presidente Luciano Buonfiglio. Felici di spendere parole al miele uno per l’altro. Ieri si è ribaltato il mondo: il teatro è la Giunta Coni convocata in fretta e furia per il commissariamento della Fipe (la Federpesi). A Giunta finita, mentre Malagò viene circondato dai giornalisti, il presidente Buonfiglio vorrebbe - da numero uno del Coni e neo commissario della Fipe - fare il suo punto stampa, riuscendoci solo al secondo tentativo e con un piccolo gruppo di colleghi. Quando gli altri - dopo aver ascoltato Malagò - si aggregano, Buonfiglio sbotta: «Non accada mai più che io stia qui ad aspettarvi, la prossima volta me ne vado». A essere onesti, non è neanche sbagliata la sua presa di posizione. Il presidente è il presidente. Ma un anno fa sarebbe successo? O Malagò-Buonfiglio sarebbero usciti a braccetto suggellando la loro comunione di intenti? In realtà i rapporti tra i due sono andati peggiorando mese dopo mese e oggi sono ai minimi termini.
Malagò, da primo sponsor di Buonfiglio a posizioni diverse
Vero che Malagò è stato il suo primo sponsor per l’elezione del Coni - la leggenda, neanche così leggenda, racconta di pranzi dove si contavano i voti - ma Buonfiglio ha vinto la corsa al Coni su Pancalli anche perché Petrucci (basket) e Gravina (a quei tempi calcio) dirottarono su di lui il loro pacchetto di voti dopo la retromarcia tattica di Carraro. Che aveva posto come condizione la conferma di Mornati segretario generale, per salvaguardare - con una certa lungimiranza - la continuità del Coni. Andò proprio così.
Buonfiglio ha poi cominciato il suo percorso per affrancarsi dalla figura di Malagò che non si può dire che non abbia il suo peso. Da lì tutta una serie di scelte in controtendenza rispetto al suo predecessore, a partire dai portabandiera di Milano Cortina, con Sofia Goggia messa ai margini malgrado la necessità di quattro alfieri (individuati in Mosaner-Brignone a Cortina, Fontana-Pellegrino a Milano). Malagò si era speso per Goggia, poi “ripescata” come tedofora a Cortina e soprattutto mai avrebbe separato una coppia sportiva, come accaduto invece con Constantini-Mosaner.
Stessa cosa, anche se con un impatto minore, per i Giochi del Mediterraneo. Il web ha tanti difetti ma lì si trova tutto, compresa un’intervista dell’allora presidente che annunciava Benedetta Pilato, tarantina e padrona di casa, come portabandiera. Niente di tutto questo, gli alfieri sono stati Filippo Tortu e Irma Testa. Sono tutte scelte legittime ma dimostrano la voglia di battere non tanto strade diverse, quanto di percorrere la propria senza guardarsi troppo indietro. E ancora, sul fronte opposto: non ha fatto piacere a Buonfiglio che Malagò abbia indicato come capodelegazione della Federcalcio Diana Bianchedi, vicepresidente vicario proprio del Coni.
Ieri l'ultimo episodio che allontana Buonfiglio da Malagò
Ieri poi l’ultimo episodio, molto più personale questa volta, del capannello dei giornalisti che - non avendo il dono dell’ubiquità - hanno fatto aspettare il presidente del Coni perché stavano finendo di parlare con Malagò. Teorico del dissenso costruttivo (e non è un male), Buonfiglio ieri è uscito dalla Giunta Coni come commissario della Fipe. Agli atti resta il voto all’unanimità. Anche se Petrucci - presidente della Federbasket che ne ha passate mille - ha commentato: «Mai visto un presidente che non è d’accordo con i suoi vicepresidenti». Perché, raccontano gli spifferi che ci sono in tutte le stanze, la linea della Giunta - a partire dai vice - era Urso commissario della Fipe. La sensazione è che la politica abbia ottenuto, in un modo o nell’altro, quello che voleva: non è necessario intervenire («Non vorrei essere costretto a farlo», così giorni fa il ministro Abodi e il destinatario sembrava proprio il Coni), il mondo dello sport sta implodendo da solo.
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