José Mourinho e Carlo Ancelotti, i giallorossi di Madrid
C'è una foto che dice tutto. È stata scattata ieri a Valdebebas, la cittadella Real Madrid. José Mourinho, mani in tasca nella tuta del Real, che ride di gusto. E subito dietro c’è un signore con una polo nera che sembra mordicchiarsi il labbro per non ridere. Quel signore si chiama Carlo Ancelotti. Siamo lontani anni luce da quei finti abbracci che gli allenatori si scambiano prima delle partite. Ancelotti e Mourinho in vita loro non avranno mai parlato male l’uno dell’altro. E dire che fu proprio Carletto a prendere il posto di José al termine del triennio madridista che non portò la Champions ma lasciò comunque il segno in molti tifosi del Real. A partire da Florentino.
Mourinho e Ancelotti: dalle cose in comune all'amore per Roma e Madrid
I due in comune hanno una serie di cose. Innanzitutto sanno campare. Hanno un’idea simile di calcio, e condividono il principio secondo cui prima del calciatore viene la persona. È nell’uomo che bisogna entrare, altrimenti si ottiene ben poco dall’atleta. E poi ci sono le due capitali della loro vita. Madrid e Roma. A entrambi brillano gli occhi quando si parla di Roma. Ancelotti ricorda con nostalgia e allegria gli anni Ottanta nella capitale. Lui che arrivava dalla provincia emiliana. I piattoni di pasta della mamma di Francesco Rocca. I viaggi in trasferta in treno con Nils Liedholm che se ne andava a dormire da solo in fondo al treno. La città impazzita per quella squadra che giocava un calcio stellare. Roma negli anni Ottanta era un concentrato di libertà, bellezza, creatività.
E ieri a Valdebebas i due hanno parlato di Roma. Non ne avrebbero potuto fare a meno. Come quando già sai che prima o poi ti scapperà la domanda sulla ex che ormai è scomparsa dalla tua vita. José ha lasciato il cuore a Roma. Incredibile a dirsi per uno come lui che viene descritto come un cinico interessato solo alla vittoria. Ancora gridano vendetta quegli occhi rossi in macchina mentre lasciava Trigoria. I romanisti non l’hanno mai salutato. Lo faranno la sera del 14 ottobre, notte di Champions. "E allora José, torni a Roma?" gli avrà chiesto Carletto. Forse quella finale di Europa League resta la maledizione della sua carriera. Ma non per sé. Per quello che lo Special One avrebbe voluto regalare alla sua gente, al popolo romanista che lo ha venerato e ha creduto lui sin dal primo giorno. Anche se la squadra non era nemmeno lontana parente di quella in cui giocava Ancelotti. Su un muro di Testaccio lo misero alla guida di una Vespa come in "Vacanze romane".
La chimica quando scatta, scatta. Non c’è niente che possa fermarla. Chissà se Roma riuscirà a farlo piangere di nuovo, prima del fischio di inizio di Roma-Real Madrid. Madrid. L’altro grande amore di Carlo e José. Un amore diverso. Perché Madrid non si innamorerà mai di te fino in fondo. È la bella senz’anima e viziata che chiede sempre di più e se non lo ottiene ti scarica. E non si può non accontentarla. Madrid è la prova finale. Se vinci lì, sei nella storia. Ma non si ride quando si parla di Madrid e del Real. È una delizia e una condanna stare quella panchina. I due lo sanno fin troppo bene. Il secondo posto non esiste. Quando ridevano, nella foto, Josè e Carletto stavano certamente parlando di Roma.

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