Addio a Kevin Keegan, il re dei Reds: ha fatto la storia con Liverpool e Amburgo
Se chiedi chi erano i Beatles, a un certo punto dovresti anche chiederti chi era Kevin Keegan. I Sessanta, gli anni dei baronetti frangettati, a seguire l’epopea di quell’ala destra che dribblava in velocità, ideologia di gioco decisamente contro natura per quell’epoca del football inglese (sorry, superfluo aggiungere inglese, il football quello è), un football ancora fisico, di corsa, tanta atletica a testa bassa, cross in quantità industriale, sempre quelli, solo quelli, di fosforo neanche a parlarne. Era un football che per te, ragazzo, se chiedi chi erano i Beatles, nemmeno sarebbe immaginabile, in questa nuova era geologica di Premier League gigantista, palancaia, globalizzata, anche se poi al Mondiale l’Inghilterra può solo arrivare terza, più o meno come sempre. Con Keegan siamo ancora da quelle parti, anni Settanta, mondo british e mitologia british, la Regina immortale sempre quella, la Brexit neanche da immaginare, l’eterna convinzione che l’Europa sia una grossa isola al largo del Regno Unito.
Keegan, il due volte Pallone d'oro che ricordava l'immortale Best
In quegli anni, sulla fascia imperversa il trottolino amoroso dalle gambe secche però sveltissime, alta velocità dopo sgommate in accelerazione, un tipo da quelle parti definito immarcabile, subito osannato come fenomeno, la macchia mediterranea in testa genere Abatantuono, impronta da batterista degli Equipe 84 (per dirla alla buona), stile di vita vagamente eccentrico e trasgressivo senza esagerare, per il popolo di sua maestà qualcosa e qualcuno che comunque ricordano l’immortale Best, titolare della cattedra nelle faccende di fascia. È il 1971: a vent’anni esatti, Keegan viene dalla provincia e si presenta tra gli altolocati del Liverpool, con loro vince tre scudetti, due Coppe UEFA, nonché la Coppa dei Campioni 1977. Eppure. Eppure non basta per farlo diventare un simbolo universale, in quell’epoca piena zeppa di campioni totali. Deve emigrare, all’Amburgo, per salire di un gradino e portarsi a casa due Palloni d’oro consecutivi, 1978 e 1979, per dire come ci sapesse fare là in fascia, questa corsia che da noi veniva consumata dai geni in ascesa alla Bruno Conti, alla Franco Causio, alla Claudio Sala.
"Non ho rimpianti, perché non mi guardo mai indietro"
Si potrebbe parlare di una scuola di settore, di un’alta specializzazione, quando l’ala era l’ala, prima che il deprimente lessico moderno battezzasse l’esterno, mortificando formalmente e idealmente un ruolo mai così interno al grande gioco d’attacco. E comunque. A 75 anni, dopo l’impietosa lotta con il cancro, Keegan ha allungato sulla fascia senza fermarsi più, perdendosi nelle praterie illimitate del per sempre. Di sé, gli piaceva dire queste parole essenziali: «Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto con entusiasmo e passione. Non ho rimpianti, perchè non mi guardo mai indietro». Era un’ala destra, un’ala naturale, un’ala della vita: palla lunga e scattare in avanti. A guardarci indietro restiamo qui noi, che per combinazione adesso siamo afflitti da un gioco – da un mondo – tutto passaggi all’indietro. E non possiamo evitare la malinconia, notando quanta differenza.
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