Cantore, l'anno che verrà: tre obiettivi tra calcio e musica
Sfiorata dall’oro di un pallone, che è gioia ma è stato dolore e fatica, Sofia Cantore ha la modestia di chi sa di aver fatto tanto eppure non ancora abbastanza. La scorsa estate, dopo l’Europeo con la Nazionale, è andata “dall’altra parte della luna”, in America, non a cercar fortuna, semmai a riempire di più il suo bagaglio umano e professionale. Per la verità il bagaglio di calciatrice è già bello pieno, nonostante i suoi pochi anni, ventisei: candidata al pallone d’oro 2025, nominata ambasciatrice della diplomazia dello sport dal ministro Tajani, prima italiana a giocare nella National Women’s Soccer League, trecentomila euro la cifra, record in Italia di mercato in uscita, che il Washington Spirit ha pagato per il suo cartellino; tre scudetti con la Juventus, tre Coppe Italia e una Supercoppa italiana; 18 gol totali la scorsa stagione, 41 presenze e cinque gol in Nazionale. Sofia Cantore voce timida e sottile, anima gentile e pura, alla ricerca di un suo equilibrio tra gol e musica, tra quello che è e quello che può divenire. Attaccante-deejay, mixa e inventa canzoni nuove mentre fa suonare i suoi piedi calciando un pallone: e pure quella è musica. È di Lecco, ma da quel ramo del lago di Como, non ha mai letto “I Promessi sposi” se non a scuola. Appassionata di testi filosofici, è una giovane donna in cammino che ha imparato ad ascoltarsi, a seguire l’istinto e a spingersi oltre i confini della sicurezza, cercando la piena realizzazione del sé. Il calcio da ossessione è tornato a essere passione, è dono (ricevuto) e donarsi allo stesso tempo. Il gol, certo, è il suo mestiere, ma Sofia sa non si farà determinare più dai numeri.
Sofia, pochi mesi negli Usa e uno scudetto subito sfiorato con il Washington Spirit...
«Già, purtroppo abbiamo perso la finale 1-0 contro il Gotham, potevamo e dovevamo fare di più. Il dispiacere è stato grande, ma siamo una squadra abbastanza giovane e sicuramente l'anno prossimo lavoreremo ancora di più per riprenderci la finale».
Il Natale le porta una meritata vacanza, visto che dopo l’Europeo è partita subito per gli Usa, senza fermarsi un attimo. Cosa si aspetta dall’anno che verrà?
«Sono già pronta e carica per lavorare ancora più forte, ho tante cose su cui posso migliorare e non vedo l'ora di ricominciare. Spero di fare una bella stagione col Washington a livello di squadra e individuale. E soprattutto spero nella qualificazione al Mondiale 2027 con la Nazionale, questi sono i due grandi obiettivi».
Il suo 2025 però ha avuto tante cose belle. La candidatura al pallone d’oro per esempio?
«Che bella sorpresa essere in mezzo a tutti quei nomi... Non un traguardo ma un punto da cui partire, sono nel pieno della mia carriera».
Cantore, Girelli e Giugliano, l’Italia ora conta tre candidature, che cosa significa per il nostro calcio?
«Che stiamo facendo un buon lavoro collettivo, se si migliora il merito è di tutti. Un premio alla crescita sia dei club sia della Nazionale».
Suvvia, si riconoscerà dei meriti personali?
«Certo! Ho lavorato tanto, ho superato anni difficili; ho capito che il calcio è fatto di momenti, un giorno non vali niente, un altro segni due gol e ti giudicano la più forte; ho imparato la spensieratezza, facendo un percorso personale, e non permetterò più alla testa di deprimermi se va male né di esaltarmi se va bene. Tutto questo me lo riconosco».
Come si vive in America e cosa le manca dell’Italia?
«Mi trovo bene, è una cultura lontana dalla nostra, sono curiosa di come ragionano e pensano qui. Mi manca però la bellezza: l’Italia è un’altra cosa. E poi mancano gli amici, però sto costruendo buoni rapporti, e la famiglia, anche se mio fratello è in America e i miei genitori sono già venuti a trovarci».
Le amiche sono solo quelle del calcio?
«Le grandi amiche inevitabilmente sì. Però al mio paese ho un gruppo di amici, una ventina, fuori dal pallone, la mia boccata d’aria, che quando torno a casa trovo sempre».
Come si “difende” dal cibo americano?
«Cerco di comprare solo roba italiana, anche se adesso per via dei dazi costa tanto. Mi piace però mangiare americano, e ogni tanto mi concedo uno sgarro».
Cucina per le sue compagne?
«Sì, ho già fatto preparato per loro la carbonara, la pasta con pomodoro e stracciatella e la gricia, e hanno molto apprezzato. Amo cucinare per gli altri, mentre se devo farlo per me sono un po’ pigra».
Come ha cominciato a giocare a calcio?
«Coi maschi, come tante, e poi a 14 anni al Fiammamonza. Quando è nata la Juventus, Guarino chiamò me e Glionna. Ho avuto una strada facile rispetto a tante colleghe. Ma mi sono infortunata. Ho lasciato la Juve e sono andata a Verona, San Gimignano e Sassuolo. Un altro mondo che mi ha riportato alla realtà».
La realtà è che non sono tutte Juventus, allora come oggi?
«Esatto, esistono società piccole che non hanno le stesse possibilità. Non tutti i club ancora sono organizzati allo stesso modo. Ci allenavamo nei campi a 7 o a 9. O, a Sassuolo per esempio, non c’era la palestra coperta e stavamo fuori con qualsiasi tempo. Ho apprezzato di più quello che avevo avuto e avevo perso».
E ha potuto capire meglio chi l’ha preceduta.
«In un certo senso ho vissuto anche io quello che le “grandi” raccontavano. Per me, che a 18 anni ero nella Juve, era incomprensibile e certe comodità, attenzioni le davo per scontate. Per questo non vedevo l’ora di tornare alla Juventus: è stato il mio chiodo fisso».
Facendone un’ossessione?
«Ho affrontato anni difficili. Mi dicevo il calcio non è tutta la vita. Ma poi anche: “Cavoli, devo tornare alla Juve e in Nazionale”. Ero focalizzata solo sul calcio. Durante il Covid mi allenavo da sola, correvo sul tapis roulant ripetendomi “devo tornare alla Juve”. Mi sono messa una pressione che mi ha divorato».
Però ce l’ha fatta a rientrare in bianconero.
«Sì, ma l’ho pagata cara. Non riuscivo a esprimermi, avevo i tifosi contro, più non trovavo il modo più andava male. Poi tutto è cambiato. Ho fatto i gol ed è tornata la fiducia. Ho allentato le tensioni. Ho smesso di essere ossessiva in tutto, anche col cibo: sì mangiare bene, da atleta, ma senza stress. E mi sono sentita felice, ho ripensato al calcio in maniera giusta».
E qual è la maniera giusta?
«In America è divertimento. Il giorno della gara è una festa. Ora affronto tutto con più leggerezza. Da quando sono qui vivo giorno per giorno, è il mio modo per rendere meglio. Ho motivazioni e meno stress».
Sembra che sia ben calata nel qui e ora.
«È la prima volta che riesco a vivere il qui e ora. Anche se sono nostalgica e spesso rimpiango il passato. Tuttavia, vivere il presente sono certa che sia lo scopo della vita, anche se in qualche modo toglie la responsabilità, quella di pensare al dopo, e un po’ mi spaventa. Sto cercando l’equilibrio giusto. Intanto oggi è così, non ho energie per vivere diversamente».
La sua è una generazione complessa e precaria, cosa vi manca?
«Questa generazione ha bisogno di vivere emozioni».
Emozioni che forse oggi sono schermate dai social?
«Le emozioni non passano attraverso il telefono. Scrolliamo reel che ci fanno ridere, ma anche che ci possono far sentire meno... I social sono pericolosi, non raccontano la realtà. Mandano messaggi distorti».
La parità di genere nel calcio in Italia si raggiungerà mai?
«Per far crescere il calcio femminile servono persone disposte a investire sapendo che all’inizio avranno perdite. Siamo indietro culturalmente. C’è ancora tanto scetticismo e maschilismo, non siamo pronti ad accettare il calcio femminile come normalità».
Tifa Inter, perché?
«Perché papà è interista e da bambina ho vissuto il Triplete. Però, confesso, essendo aziendalista poi ho tifato Juventus. Ho un legame molto forte con questa società che mi ha fatto crescere e sbocciare, e che mi ha aspettato».
I suoi idoli nel calcio?
«Milito è il mio punto di riferimento. Mentre le donne a cui mi ispiro sono Rapinoe e Morgan. Le italiane non le ho viste giocare: Panico, Gabbiadini per esempio, me le hanno raccontate. Però Gama, Rosucci, Girelli, Bonansea sono state fondamentali per me».
Quali sono le sue letture preferite?
«Mi piacciono cose impegnative, che mi facciano riflettere, i filosofi come Umberto Galimberti; e vorrei affrontare Schopenhauer. Altrimenti sono una da gialli, leggo tanto Carrisi».·
Oltre al calcio quali sono i suoi interessi?
«Ho un hobby: faccio musica con la consolle. È la mia evasione. Una passione nata otto anni fa a Ibizia. L’anno scorso poi ho imparato con un dj a Torino».
Il calcio era un sogno, l’America era un sogno: si chiude quindi il cerchio dei sogni?
«No, anzi... grazie al calcio ho potuto acquistare una consolle, ho uno spazio per creare, posso fare musica e sognare ancora, per esempio di suonare in un locale».
Cosa augura per l’anno nuovo ormai alle porte?
«A tutti auguro un 2026 migliore del 2025, di questi tempi con tutte le cose che succedono nel mondo il futuro sembra sempre incerto. La mia speranza è che le persone imparino dal passato per non ripetere gli stessi errori e siccome ogni anno è buono per ricominciare al meglio, sarebbe sufficiente oltreché pensare al proprio bene, pensare sopratutto al bene del prossimo. Basta poco per un anno migliore».
