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Girelli, voglia di emozionare ancora

L'azzurra, cresciuta nel mito di Del Piero, gioca in California e punta ai Mondiali '27: a 36 anni sogna in grande, inseguendo sempre la versione migliore di sé 
Valeria Ancione
Valeria Ancione

10 min

Pubblicato il 16.05.2026, 19:27 (Aggiornato il 16.05.2026, 19:49)

Dici Cristiana Girelli e dici gol, numeri, trofei, doppiette e triplette, sogni realizzati e sogni che non sapeva di dover sognare. Numero dieci come il suo idolo Alex Del Piero il cui poster, appeso in cameretta da bambina, le è servito d’ispirazione per diventare come lui, la “Pinturicchio” della Juventus - marcando 150 gol, record per il “giovane” club al femminile - e di una Nazionale risorta nel 2019 col ritorno ai Mondiali dopo vent’anni di assenza, in cui lei debuttava. Ha vinto nove Scudetti, otto Coppe Italia e dieci Supercoppe. Ha giocato nei più grossi club d’Italia, Bardolino Verona, Brescia e Juventus. Con il suo fisico, il suo fiuto, la sua abnegazione, i suoi trentasei anni diventano un limbo in cui è presto per smettere e tardi per fare progetti a lunga scadenza. Allora... si cambia per ricominciare, canta Fiorella Mannoia, lasciando casa e famiglia, entrambe intese anche come Juventus, e andando dall’altra parte del mondo. Quelli del Bay FC, club californiano della NWSL, l’hanno voluta, cercata e pressata. Ora o mai più. Ora. E Cristiana, come altre calciatrici italiane, ha scoperto un nuovo sogno non sognato: il sogno americano. Ha detto sì e ora è lì. Sei mesi più opzione, per adesso, in cui farà vedere, a trentasei anni, “come si cambia per non morire... per ricominciare” dalla fanciullina che ancora l’abita dentro, quella dei primi calci all’oratorio che non aveva l’età ma sapeva sognare. Oggi forse nemmeno ha l’età, ma il sogno continua.

Girelli, qual è l’immagine che le viene in mente di lei bambina e il calcio?

«Sono all'oratorio, mia mamma viene a prendermi e penso di aver combinato qualcosa di grosso, non era normale, ci andavo da sola a piedi. Mi dice che devo andare a preparare la borsa perché sono stata convocata: era la prima partita con i maschietti del Nuvolera».

I ragazzi non la respingevano?

«Non ho mai subito discriminazioni. Mi sentivo me stessa anche con loro. A 14 anni sono andata a giocare con le ragazze e ho scoperto un mondo, neanche sapevo dell'esistenza del calcio femminile. La mia carriera è iniziata nel Bardolino. Ero la più piccola, per me era un gioco e un divertimento. Però stare con le grandi era bello e molto stimolante».

Aveva un mito femminile?

«No, ma giocavano con Valentina Boni, Melania Gabbiadini, Patrizia Panico, le più forti giocatrici italiane in quel momento, i miei riferimenti».

Oggi le donne sono d’ispirazione per le giovani calciatrici?

«Probabilmente sì, anche per la visibilità che abbiamo. Però è giusto guardare pure il maschile, a me è servito molto vedere le partite degli uomini. Certo, spero che un po' tutte noi si possa essere modello e ispirazione per le nuove generazioni. Mi piace comunque pensare che una giovane calciatrice voglia essere se stessa e senza inseguire miti costruisca la sua carriera».

Sente la responsabilità di essere un modello?

«Sì, la sento molto. Siamo la Nazionale, giochiamo in Serie A, abbiamo l'onere e l'onore di essere un buon esempio per le più piccole, dentro e fuori dal campo».

Una responsabilità che passa anche per i social?

«Sicuramente, sono un mezzo di comunicazione e bisogna utilizzarli bene. Purtroppo ormai sono uno strumento di paragone, e questo non mi piace. Sta diventando tutto esagerato. Io cerco di usarli per trasmettere messaggi importanti. Sappiamo benissimo che la vita non è lì, non è quella che i social fanno vedere, la vita reale è un’altra cosa: è quella che vivi».

Si relaziona con chi la segue?

«La maggior parte delle volte cerco di rispondere a chi mi scrive, credo sia importante anche se preferisco farlo di persona, quando vengono a vedere le partite e mi fermano per un autografo o per fare due chiacchiere, è molto più reale».

Quanto è importante la sua famiglia nella carriera?

«La mia famiglia, mamma, papà, una sorella più grande, mi ha appoggiato tantissimo. È sempre stata una spalla enorme, un sostegno fondamentale, soprattutto nelle decisioni importanti, aiutandomi a scegliere il meglio per me».

Girelli “nasce” al Brescia?

«È stato un periodo determinante. Eravamo un gruppo che ha condiviso tante cose poi anche alla Juventus e in Nazionale. Abbiamo dato del filo da torcere alla Torres fino a vincere il titolo (interrompendo una serie da record delle sarde di 7 scudetti consecutivi, ndr) grazie all'investimento del presidente Cesari. Ci tengo a ringraziarlo perché prima dell'avvento delle grandi società c'è stato lui».

La Juventus è la foto più bella del suo album della vita?

«È stato un altro importante step, mi sono sentita professionista a tutti gli effetti prima ancora che il professionismo fosse approvato. È stato bellissimo. Avevo il poster di Alex Del Piero in camera, ho sempre tifato Juve: giocare con quella maglia erano la mia ambizione e il mio sogno».

Triste invece la fotografia di Girelli in panchina ai quarti dei Mondiali 2019...

«Non piace a nessuno stare in panchina. Mi ha fatto male. E poi uscire dai Mondiali senza aver potuto aiutare la squadra è stato ancora più brutto e doloroso».

Cosa resta delle lacrime al Quirinale dopo l’Europeo dell’anno scorso?

«Emozioni vive che non credo si dimenticheranno. È stato un mese e mezzo meraviglioso, in cui si è creato qualcosa di unico tra di noi, e non parlo solo di vittorie, ma di tanti momenti che ritengo ancora più importanti di un risultato sportivo. Compreso l'incontro col Presidente, ancora fresche della delusione del giorno prima, eravamo a due minuti da una finale storica. Mattarella ci ha detto che sarebbe venuto a Basilea, mettendoci il carico... Sarebbe stato bellissimo averlo lì per la finale, come la ciliegina sulla torta. Non è andata così, è il calcio»

Mondiali 2027, qualificazioni in corsa: quanto è importante il successo della Nazionale?

«La Nazionale lega e unisce tantissimo e quindi dovremo essere brave a continuare ad alimentare questa attenzione, partendo dal percorso verso il Mondiale. È stato bello poter far emozionare gli italiani e vogliamo farlo ancora consapevoli che tutto passa dai risultati».

California, il sogno americano ha chiamato e (anche) Girelli ha risposto, dopo Cantore, Boattin.

«È stata un'opportunità arrivata all'improvviso, ho dovuto decidere in fretta, da sola e istintivamente. Sarei voluta restare alla Juventus fino a fine stagione, lottare con le mie compagne, purtroppo questa squadra mi voleva subito. Mi sono messa una mano sul cuore e ho scelto di partire. È stato molto doloroso e difficile, ma ho pensato che a 36 anni non mi sarebbe ricapitato. Mi son detta, “se è arrivata adesso questa opportunità significa che devi provarci ora”. Mi godo l’esperienza per riportarla in Italia. Mi piace credere che finirò la carriera alla Juventus, ancora 3-4 anni, lì è famiglia, casa, un amore che sognavo da bambina».

Che rapporto ha col suo corpo?

«Me ne prendo cura il più possibile perché col corpo ci lavoro. Dall'alimentazione all'allenamento, dall’aspetto mentale al recupero ho imparato a non sottovalutare nessun aspetto. È importante un’attenzione a 360 gradi».

L’età che avanza la spaventa?

«Ho iniziato a dare il giusto peso. Provo a vivere l’età tranquillamente, senza ansia e affanno, cercando di migliorarmi ancora, di fare le cose con la versione migliore di me. Sto cercando di godermi il più possibile il momento non dando niente per scontato. Anche la maglia azzurra non è scontata. Più ti avvicini a un'ipotetica fine, più dai importanza alle cose. Certo, bisognerebbe farlo prima. Ed è quello che cerco di dire alle giovani».

Si sente nella versione migliore di sé?

«Mah, è sempre difficile, ci sto lavorando, di certo provo continuamente ad esserlo».

Questo significa non accontentarsi mai?

«Anche, sì».

Le calciatrici sono un esempio di lotta all’autodeterminazione, che messaggio manda alle donne?

«Che siamo un bene prezioso e dobbiamo essere trattate come tale, averne cura. Dobbiamo pretendere rispetto».

Il futuro di Girelli?

«Ho diverse strade già aperte, tv o progetti miei, ho passioni extra calcio come il cibo, il vino, l'olio, sono molto interessata alla cultura del cibo. Ma non riesco a immaginarmi senza calcio, quindi voglio pensarmi ancora dentro, per esempio portando la mia esperienza e il mio sostegno al nostro calcio».

In tv cosa vorrebbe fare?

«Parlare di quello che so, il calcio, mi piacerebbe avere una trasmissione». 

C’è già la Girelli del domani?

«Non lo so, ma stanno crescendo tante ragazzine, l’attacco della Nazionale è in buone mani».