
Guarino, coach e psicologa con il calcio come elisir di giovinezza
Un esordio in fuorigioco e poi cinque scudetti da giocatrice, quattro da allenatrice, una panchina d’oro, circa 400 gol segnati, tra campionato e nazionale, e quell'ancora indigesto "99" di presenze in azzurro: sono alcuni numeri di Rita Guarino, allenatrice a Londra del West Ham, che fa dell’umiltà la base del suo credo, umano e professionale, e non si fa qualificare né determinare dai successi. Nata a Torino da genitori siciliani ha iniziato a giocare a pallone tardi perché tardi ha scoperto che esisteva il calcio femminile. Il Mondiale del ‘91 è stato lo spartiacque tra il sogno e la costruzione. Proprio “costruzione” è diventato il suo motto. Dove c’è da costruire, c’è Guarino. Diciamolo, se il calcio esiste in Italia è per l’ostinazione di donne come lei, e quelle della sua generazione, che non si sono arrese e hanno insistito in uno sport “da maschi” a dispetto di pregiudizi e discriminazione. Guarino non urla, non impreca, non straparla, non insulta. Ha il dono dell’ascolto e dell’attenzione per l’altro. Non strombazza numeri e vittorie e nemmeno la vita privata: l’ostentazione e il clamore non le appartengono. Amava dipingere, ha scelto il pallone come personale espressione d’arte, facendo del calcio la sua tela a colori.
Dall’Italia all’Inghilterra inseguendo una visione?
«Da tempo avevo maturato l’idea di un’esperienza all’estero, puntando ai campionati più competitivi. Ho deciso di fermarmi per un periodo, sono andata in America, per imparare meglio l’inglese e farmi trovare pronta. È arrivato il West Ham siamo entrati subito in sintonia per valori condivisi».
Nazionale giovanile, Juventus, Inter, West Ham: un’escalation o solo esperienze diverse?
«Storie diverse e unico filo conduttore. la costruzione. Dalle giovanili di una Nazionale allora in evoluzione, a una Juventus che ancora non esisteva, un’Inter che faceva fatica a piazzarsi nelle prime posizione, e infine in una lega competitiva, un club storico che doveva uscire dalle zone basse classifiche, salvarsi e soprattutto che voleva pianificare il futuro».
Infine il West Ham, in realtà non è che un nuovo inizio. Quanto tempo ha a disposizione per costruire lì?
«Ho un contratto fino al 2027. Il futuro chiede pianificazione per darsi una stabilità, un’identità chiara. Quindi il mio lavoro è in sinergia con quello che sarà il nuovo progetto del West Ham. Esiste una volontà reciproca di confrontarsi nei prossimi mesi per valutare la possibilità di prolungare il percorso insieme».
Le avevano chiesto la salvezza e gliel’ha data, un ottimo inizio.
«La salvezza è stato il risultato del grande lavoro svolto da squadra, staff e società in una stagione complessa. Ho trovato un gruppo unito, determinato, disposto a dare tutto per l’obiettivo. Un traguardo importante da cui ripartire per continuare a crescere e consolidare il futuro del West Ham United Women. Per me è stata l’occasione di una grande sfida. Ne avevo bisogno, vivere una situazione diversa umana e professionale, fuori dalla mia comfort zone, mettermi in gioco e crescere ancora, portare qui la mia esperienza. Anche prendendomi qualche rischio».
Come si vive a Londra?
«È una città in continuo movimento, dinamica, multiculturale, molto molto stimolante. Si riflette nella squadra dove ho 15 nazionalità differenti. È un ambiente che mi spinge oltre, non sono una che si accontenta».
"Oltre" non conosce limiti?
«Il calcio si muove velocemente, restare ancorati al passato è sbagliato. Bisogna evolversi e trovare nuovi stimoli. Non si smette mai di imparare, sarebbe la morte interiore una vita senza stimoli e noiosa. Se la passione smette di pulsare vuol dire che è finita».
Quale calciatrice italiana vorrebbe al West Ham?
«Ne sceglierei una per ogni reparto. Anche se qui è un calcio intenso, fatto di transizioni, veloce; a differenza del nostro che è più ragionato, tattico. Qui conta anche la qualità fisica. Quando il gioco è veloce anche i tempi di scelta si riducono, la pressione è altissima, ti obbliga a pensare velocemente, a trovare soluzioni immediate».
La velocità era una caratteristica di Guarino calciatrice...
«Sì, anche se all’epoca era un altro calcio. Ero un’attaccante moderna, di movimento, aggressiva, fisica».
Quella Guarino potrebbe giocare in Inghilterra oggi?
«Allenata come si allenano adesso, sì».
Lei è laureata in psicologia, con l’intento di applicare gli studi al calcio o di avere un piano B?
«L’idea era del piano B. Non c’erano opportunità di rimanere nell’ambiente calcistico. Studiare psicologia mi offriva diverse possibilità: fare un altro mestiere, oppure applicare la psicologica allo sport o utilizzarla come strumento relazionale in un contesto di dinamiche di gruppo. Aver fatto quel tipo di studi mi ha dato un’apertura mentale e in combinazione con l’aver giocato mi offre maggiore capacità empatica, sono orientata all’ascolto. È la strada migliore per supportare le mie giocatici e capirle. L’aspetto umano fa la differenza. Gestire i momenti, motivare tutte le giocatrici allo stesso modo, incoraggiarle sono aspetti che si ripercuotono sull’umore e quindi sull’energia, perché coinvolgono cuore e testa».
Ha dovuto lavorare da psicologa arrivando al West Ham?
«Sì, sapendo di trovare una squadra un po' scarica, sfiduciata che aveva bisogno di essere rivitalizzata, ho insistito su pochi concetti chiari per cercare di trovare un'identità precisa e immediata che potesse unirci nella stessa direzione».
È iniziato il terzo Mondiale senza la nostra Nazionale che avrebbe bisogno di essere rivitalizzata: servirebbe una Guarino?
«L'allenatore non risolve i problemi del calcio italiano. Ci sono molti aspetti sistemici che andrebbero affrontati, dall'attività di base fino al professionismo. Si deve ritrovare l'umiltà e capire che i cicli finisco e che le vittorie e le conquiste, come l'ultimo Europeo, creano false credenze. Bisognerebbe giocare d'anticipo e attuare dei cambiamenti prima che si verifichi un fallimento. Per ripartire si devono sperimentare strade mai prese».
Chi è la sua favorita di questo Mondiale e secondo lei chi può essere la sorpresa?
«Favorita la Spagna, ma faccio il tifo per Ancelotti. Il Marocco sarà la sorpresa».
L’Union Berlin, dopo l’esonero del tecnico, ha affidato negli ultimi mesi di campionato la squadra alla vice, Marie Louise Eta, la prima donna in massima serie di un campionato top, la Bundeslinga. Buon segno, anche se a salvezza ottenuta Eta andrà, come da contratto, ad allenare la femminile dell’Union. Al calcio maschile italiano mancano le donne?
«Credo che le donne manchino nel calcio in generale, purtroppo ci saranno sempre meno allenatrici se non saranno ispirate da altre. Mancano le opportunità per poter emergere. Eta all’Union Berlin è stato un bel passo avanti. La FIFA ha introdotto le “quote rosa”, a me non piacciono le forzature però riconosco che determinate forzature possano essere utili per generare opportunità. Poi entra in gioco la meritocrazia. Ma, la forzatura implica che alle spalle ci sia una formazione ad hoc per preparare le donne a giocarsi bene le carte. È importante valorizzare chi ha vissuto quell’ambiente - e non usa il femminile come viatico per altre cose - ma soprattutto sfruttare quell'esperienza lì. L'investimento che oggi dobbiamo fare è sulle giocatrici attuali per stimolarle a diventare allenatrici o comunque a ricoprire ruoli all'interno degli staff in futuro, bisogna creare dei percorsi specifici per loro per stimolarle a rimanere nell'ambiente».
Parliamo di diversi ruoli non solo in panchina?
«Sì, parlo di staff, di posti manageriali dove le donne sono ancora meno, anche questo è un percorso che va costruito e stimolato».
Il calcio è il terreno della battaglia di genere, vi sentite le nuove femministe?
«Femminismo è una parola estrema. Io sono più per diffondere una cultura diversa, un’apertura mentale. Nel nostro Paese siamo abituati a fare le cose come si sono sempre fatte. Le competenze non si possono misurare in base al genere. Ogni persona è diversa da un'altra, che tu sia uomo o donna non importa, che può portare qualcosa di unico. Un valore aggiunto in quanto persona, non in quanto genere, da questo siamo lontani anni luce. Io mi batto per le donne cercando concretamente di fare qualcosa, non basta rivendicare diritti senza contenuti».
Eppure si insiste sempre sul paragone – perdente – con il maschile.
«Ed è ciò che mi obbliga a migliorarmi. Per essere equiparata a un uomo devi far vedere di valere il doppio, tuttavia questo deve spingere a migliorarti costantemente. I pregiudizi esistono e sono difficili da sradicare, ma siamo abituate e credo che questa sia la nostra forza: non mollare mai di fronte a questi ostacoli, superandoli in maniera decisa».
Come vede la Nazionale femminile?
«Dal 2019 ci sono stati degli up and down, ma si è dimostrato, soprattutto nell'ultimo Europeo, di poter competere alla pari con molte delle top nazionali. Serve continuità».
Il ricambio c’è?
«C'è perché alle spalle c'è il lavoro dei club di tutti questi anni. Dal 2015 è partito il progetto e adesso iniziamo a vedere i frutti, le nazionali giovanili ne sono la testimonianza».
Che ne pensa delle italiane emigrate verso altri campionati, Usa, Inghilterra e Germania?
«Tre campionati top, non biasimo queste scelte. Per la Nazionale non può che essere un vantaggio. Per il nostro campionato è un impoverimento di talenti e di giocatrici, non dobbiamo cadere in quello che sta accadendo nel maschile. Purtroppo anche nel femminile stiamo arrivando al punto di vedere in alcune squadre una-due giocatrici italiane nelle prime undici, questo è il rischio a lungo termine. Bisogna trovare il sistema per garantire alle italiane minutaggio».
Il calcio femminile in Italia è cresciuto?
«Sì, dobbiamo continuare ad aumentare i numeri delle nostre tesserate, perché se qualità fisica e tecnica si è alzata tantissimo, numericamente siamo ancora lontani rispetto ad altri Paesi».
È stato un bel campionato quello da poco concluso con la Roma campione?
«Sinceramente avevo puntato sull'Inter che secondo me aveva le carte in regola per vincere lo scudetto, ma la Roma ha fatto una bella stagione, alle volte ottenendo anche più di quello che meritava, però ineccepibile il suo percorso, ha vinto gli scontri diretti importanti per cui lo scudetto poteva solo perderlo».
La Juventus ha sofferto anche per qualificarsi in Champions.
«Sarebbe stata una batosta. Già non competere per lo scudetto non è una cosa che alla Juventus è mai successa».
Com’è stato il suo periodo sabatico in America?
«Sono andata a Boston, ho fatto volontariato come technical advisor per la Harvard University. Poi ho visitato altri club, sono andata a vedere le nazionali, compresa quella italiana in Florida, poi Cantore a Washington, ho fatto diversi incontri, convegni. Tutto in solitudine e totale autonomia».
Cosa rimpiange del passato?
«La centesima presenza in nazionale. Quel “99 presenze” mi si strozza in gola. A parte le battute non rimpiango nulla. Mi piace pensare al ciclo di vita in ogni cosa. Tutto ha un inizio e una fine. Quello che mi porto dentro sono i valori che mi ha trasmesso lo sport e tutti i rischi che ci siamo prese ad alzare il livello nell'oblio più totale».
Il ricordo più bello?
«Ho iniziato la carriera tardi, a vent'anni mi sono trovata a fare il mio primo Mondiale senza una grossa esperienza alle spalle: è stato il momento più bello. Mi ha dato consapevolezza, direi il momento più formativo e alto della mia carriera. Era il Mondiale del ‘91 e ho capito cosa volessi dal mio futuro. Prima di allora non avevo idea».
Com’è riuscita a fare la calciatrice?
«È stata dura, nemmeno sapevo che le donne giocassero a calcio. Per me il calcio era quello di strada, a scuola, all'oratorio, ai giardinetti o dell'uno contro uno con le sponde dei box. I genitori mi avevano spinto a fare pattinaggio artistico a rotelle, considerato femminile. Io amavo la competizione per cui alla fine mi piaceva. Poi mio fratello ha scoperto che dietro casa nostra si allenava la Juventus femminile. Avevo 13 anni e mezzo, mio padre mi accompagnò al provino durato un minuto e subito buttata in campo. Convinsi i miei a lasciare il pattinaggio. Nella mia prima partita feci 15 fuorigioco... Anche mia mamma mi ha sempre seguito. Alla chiamata al Mondiale nel '91 si sono rilassati e hanno detto: "Forse il calcio è la sua strada"».
Però si è pure laureata: per soddisfare i suoi genitori?
«No, anzi, non era nei loro piani farmi studiare, dovevo andare a lavorare in azienda con mio padre. Ho studiato ragioneria, che odiavo, avrei voluto fare l'artistico, ma papà me l'ha vietato, perché non serviva a niente. Alla fine nell'arte ci sono finita. Sono una persona creativa, mi piaceva dipingere, parlavo coi colori».
Disegna ancora o cosa fa per rilassarsi?
«Non disegno più, mi rilasso camminando. Mi piace farlo in montagna. O qui nei parchi di Londra. Non ascolto musica, ma la natura, immergermi in un contesto completamente diverso mi aiuta a rilassarmi».
Ha rapporti con la Sicilia, viste le sue origini di famiglia?
«I miei sono di un paesino in provincia di Caltanissetta, al centro della Sicilia quindi senza il mare, e non ci sono più parenti, tutti andati via da lì. Però ogni volta che capito da turista in Sicilia mi sento veramente a casa senza averci mai abitato».
Il calcio è una malattia?
«In un certo senso sì: è un luogo, una rappresentazione teatrale della vita, una metafora della vita. Non si invecchia mai col calcio, perché il confronto con persone diverse, con ruoli diversi è continuo. Lo sport poi dà la possibilità di viaggiare, cosa che io amo».
Non si è stufata di una vita impegnata con ritiri, partite, allenamenti?
«No, pesa semmai lo stress dei risultati, che ti consuma e a questo non ci si abitua mai. Per il resto, quando hai a che fare con le persone ogni giorno è un giorno diverso».
Cosa c’è nel suo futuro?
«Mi vedo anche in altri ruoli all'interno del calcio. E poi mi piace molto insegnare, cosa che faccio nei corsi federali».
La precarietà del suo lavoro la spaventa?
«Beh, il rinnovo o un esonero sono fonti di stress. Alla precarietà bisogna farci un po' l'abitudine per poter reagire alle difficoltà. La difficoltà fa parte del gioco, è come l'infortunio per una giocatrice lo devi mettere in conto».
Lei è davvero così misurata come sembra?
«Tranne quando giochiamo: non sono una scalmanata, però viene fuori a parte un po' più aggressiva. Poi mi controllo».
La spaventano questi tempi cupi?
«Sono brutti, certo. Guardo poco la televisione. Ricordo che i primi giorni di covid non ci dormivo la notte, poi ho deciso di spegnere il televisore ed è passato tutto: l'informazione che viene data ha toni tragici. Preferisco distrarmi con un bel film».
Film rigorosamente in lingua originale inglese ormai no?
«Mica tanto, per staccare il cervello preferisco l’italiano».
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