Inter, una debole prova di forza con Icardi
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Inter, una debole prova di forza con Icardi

Ufficiale. Vedremo Mauro, Wanda e i loro numerosi figli sfrecciare leggiadri in monopattino nei boulevard di Parigi. Nella terra delle teste recise. Lui, prima decapitanizzato e poi decapitato. Sprogettato, abiurato, ripudiato. Accompagnato alla porta dal club che lo aveva eletto capitano a 22 anni. Trattato come un appestato. Amputato di netto come una cancrena. Se n’è andato quasi clandestinamente con la sua inseparabile ape regina da Malpensa, scortato solo dall’orda dei malpensanti e dalla peggior nomea che si può affibbiare a un professionista, ora più diffamato che affermato, di 26 anni. Di quello che ruba le ragazze ai colleghi e poi, dalla stesse, si fa manipolare e traviare. Di quello che, anche per questo, soprattutto per questo, si fa detestare dai compagni e giudicare dispensabile dagli allenatori, incluso Antonio Conte, uno dei migliori al mondo. Troppo fedele alla sua donna per essere fedele anche al suo club.

Cacciato come una vecchia scarpa. Uno che, a 26 anni compiuti, 135 gol segnati, due volte capocannoniere nel calcio di gran lunga meno amabile per gli attaccanti, avendo segnato con regolarità in tutti i modi, di testa e di piede, con qualunque allenatore in panchina e qualunque compagno al fianco, stava probabilmente entrando nella stagione più lussuosa del suo calcio. Di sicuro un attaccante in crescita, che stava imparando a giocare con la squadra. Sostituito da uno, Lukaku, che ha fin qui mostrato, in contesti più “amabili”, numeri e qualità inferiori alle sue. Nonostante questo idolatrato a San Siro. Destino malevolo per non dire infame quello di Icardi che segue quello di altri recenti, celebri centravanti nerazzurri, l’ultimo Ronaldo, inteso come Luis Nazario de Lima, per non dire Adriano.

Partenza che somiglia a una fuga e ci lascia tutti obiettivamente più poveri. Se ne va Icardi, sciaguratamente, proprio nell’anno in cui il nostro calcio afferma la sua voglia vicina all’ebbrezza di spettacolo. Giocare nel nome dell’allegria e nel principio della spregiudicatezza. Facile immaginare, con l’Inter di oggi, un Icardi mattatore, vicino ai 30 gol. Se ne va proprio nella stagione che segna una netta inversione di tendenza, i migliori restano quasi tutti e altri ne arrivano da tutto il mondo, in quello che torna ad essere un belpaese calcistico, l’ultimo in queste ore Mkhitaryan dall’Arsenal, altri reduci come Fernando Llorente, Kalinic e Rebic.

Più che condivisibile il principio di non subire le sfrenate bizze dei giocatori e dei loro consoci e consorti procuratori ma, in questo caso, la ghigliottina è sembrata un segno di debolezza più che di testosterone. La perdita di Icardi è un malus per l’Inter e per tutto il movimento. In quanto alla “cosa” che gli gira regina sinistramente intorno, si sa, esistono da sempre diplomazie morbide, meno rumorose ma non meno efficaci, per arrivare all’obiettivo.

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