Burdisso esclusivo: "Roma, il futuro è tuo"

Quindici anni in Italia, l’ex difensore argentino tra successi, esperienze, scontri, incontri e certezze: "De Rossi al Boca? Mi serviva la sua leadership nello spogliatoio e in campo. Ha avuto un impatto pazzesco"

© ANSA
Ivan Zazzaroni

Colpa di Linus. Giugno 2004, “Cuchu” Cambiasso e Nico Burdisso arrivano all’Inter. Su Raidue cazzeggiamo allegramente da oltre una settimana attorno agli Europei in Portogallo con “Figli di Eupalla”, programma di seconda serata. Appresa la notizia, il direttore di Radio Deejay, juventino, se ne esce con questa battuta in rima baciata: «Con Burdisso e Cambiasso non si vince mai un casso». Sto al gioco e subito ribatto: «Con Cambiasso e Burdisso a San Siro è due fisso». «Per la verità qualcosa ho vinto», ride di gusto. In effetti, quattro scudetti, due coppe Italia e quattro supercoppe italiane, lui l’ultimo interista a indossare la numero 3, ritirata dopo la morte di Giacinto Facchetti. Nicolas Burdisso da Altos de Chipiòn, paesino della provincia di Cordoba, non ha ancora quarant’anni. Nel settembre 2018 era un freschissimo ex calciatore (chiuse nel Toro) e nel dicembre dello stesso anno il nuovo direttore sportivo del Boca. Ottima proprietà di linguaggio, un’intelligenza veloce, filosofia di derivazione waltersabatiniana e un amore dichiarato per il nostro Paese «dove ho trascorso quindici anni della mia vita» spiega. «I tre figli, due femmine e un maschio, sono nati e cresciuti in Italia. Sono stato un papà ragazzino, oggi la più grande ha diciassette anni e la più piccola dodici. Il maschio quindici. La famiglia l’ho riportata qui da poco perché la situazione in Argentina si è fatta terribilmente complicata sia sul piano politico sia su quello economico. C’è tanta tensione, si vive nell’incertezza. Ho affittato per un mese una casa in Liguria. La più grande vorrebbe restare e iscriversi all’Università a Milano».

Angelina, giusto? Ricordo quel periodo, la sua malattia, la tua lunga assenza.

«Angelina, già. Ad appena sei mesi dovette fare i conti con la leucemia. Tutto si risolse nel migliore dei modi, ma fu straziante, dura essere all’altezza della situazione. Imparai tanto. La paura, e dopo la paura viene il coraggio. Dopo, non prima e nemmeno durante. Nel momento in cui lotti per la vita di un figlio prevalgono altri istinti, altre forze, talvolta sorprendenti. Più grande la sfida e più forza d’animo è richiesta, nessuno eroismo, solo una grande pena per chi non ce la fa». [...]

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Al Boca riuscisti a convincere De Rossi...

Mi interrompe. «Per ragioni esclusivamente calcistiche, lo chiarisco. Mi serviva la sua personalità, la sua leadership nello spogliatoio e in mezzo al campo. Daniele ha avuto un impatto pazzesco, purtroppo i problemi fisici l’hanno limitato. La tifoseria ha apprezzato tantissimo il campione italiano che aveva deciso di rimettersi in discussione in un club mitico. Boca e River appartengono a una dimensione emotiva superiore, il calcio argentino non può competere economicamente con i club europei e allora investe sullo straordinario appeal di due società leggendarie». [...]

È innegabile che tu abbia subìto l’influenza di Walter Sabatini, negli anni alla Roma.

«Sì, soprattutto perché come lui mi innamoro dei calciatori che possono far bene alla squadra. Walter frequentava poco il campo, ma le volte in cui si presentava si faceva sentire. Io ho avuto modo di lavorare anche con Oriali, che mi portò in Italia, con Branca, diverso da lui, e con Petrachi al Toro, più moderno. E con Pradé».

Il legame con la Roma è rimasto molto forte.

«La Roma fu una scelta tutta mia. Con Mourinho giocai in più posizioni, a sinistra, al centro, un paio di volte anche da centrale di centrocampo. Ma sentivo che il mio ruolo era quello di centrale difensivo. La Roma mi diede l’opportunità di mettere le radici nel luogo che preferivo. Anni bellissimi, uno splendido rapporto con la tifoseria, mi ricorda quella del Boca».

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