Napoli-Spalletti, l’estate sospesa: non ha certezze su Koulibaly, Fabian Ruiz e Anguissa

Mentre si gode la sua terra e le fatiche di campagna tanto amate, l’allenatore azzurro riflette sulla squadra che dovrà affrontare la Champions
Napoli-Spalletti, l’estate sospesa: non ha certezze su Koulibaly, Fabian Ruiz e Anguissa
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Giancarlo Dotto
TagsnapoliSpallettSpalletti

Cosa ronza nella testa di Luciano Spalletti al fondo di una stagione molto bella e un po’ canaglia e, nemmeno il tempo di fare un giro di valzer con i suoi ciuchi, le sue anatre e i suoi struzzi che è già tempo di ripartire in un polverone di casi aperti e storie difficili, tra arrivi indecifrabili e partenze dolorose? A cominciare da Insigne, partito ancora prima di partire. I tifosi del Napoli appesi a dubbi e incertezze che non inquietano più di tanto, ma solo perché hanno la fortuna di essere napoletani. E lui, Lucio Cincinnato Spalletti, cosa starà ruminando, mentre i suoi calli ritrovano il piacere concreto della vanga, dei trattori e delle cose da fare, perché se non le fai il tetto non regge e la natura s’incazza? 

Proviamo a immaginare. Intanto, va detto, gli basta poco all’uomo per rigenerarsi. Per farla breve. La famiglia, mamma Ilva in cima al podio, la terra, gli animali, a cominciare da quelli con cui corrono da sempre amorosi sensi, e cioè le galline del Cioni. Gli amici storici con cui ieri sera ha celebrato un oceanico raduno, trecento almeno, allegria omerica e alcol a fiumi, i rossi e i bianchi di Lucio. Un’altra stagione complicata, con l’ennesimo incidente “capitano” da gestire, Insigne dopo Icardi e Totti.  

E poi, togliersi di dosso il dispiacere assurdo di non aver vinto un campionato che nessuno gli aveva chiesto di vincere ma che, a un certo punto sembra dovesse essere un obbligo vincere. Il paradosso di quelle dieci vittorie consecutive: hanno creato gioia ma anche un pericoloso fuori tema. Lo scudetto, appunto. Succede così che la qualificazione in Champions League, obiettivo massimo da sussurrare a inizio campionato, fallito nei due anni precedenti da Mister Real Ancelotti e da Gattuso, diventa quasi un gettone di consolazione invece che una tombola. Difficile da accettare, ma Spalletti ha la testa dura e monocorde dei samurai, incassano tutto, vittorie vere e sconfitte immaginarie, sapendo che tanto poi si tratta di risalire sul trattore o sulla motozappa per spianare la prossima gobba.  
Spalletti legge i giornali e fa spallucce. Se lo può permettere, perché con De Laurentiis il rapporto è complicato ma onesto. Lui non sarà mai l’allenatore che getta sul lastrico la società per cui lavora con richieste folli. Magari avrebbe anche voglia di farlo, ma proprio non ce la fa, non è nelle sue ruvide ma immodificabili corde. Le sue pretese sono poche ma chiare. Scolpite. Un solo giocatore su cui è pronto allo scontro frontale. Koulibaly. Me lo vendi? Un secondo dopo mi dimetto. Fabian Ruiz. Non firma il rinnovo? Non è un suo problema. De Laurentiis lo vuole mettere fuori rosa come fece con Milik in passato? Dovrà fare i conti con il suo allenatore. Spalletti considera lo spagnolo uno dei 5 o 6 giocatori della rosa da Champions League. Persino nel caso di (improbabile) cessione di Osimhen l’uomo di Certaldo non si darà fuoco a Castelvolturno. Me lo vendi per 80, 100 milioni? Benissimo, me ne compri un altro forte e prepotente (per dirne uno, lo estasierebbe ritrovarsi tra i piedi Edin Dzeko, uno che l’Inter vorrebbe sbolognare). L’addio di Mertens lo ha subìto (questione anche qui di moneta, troppa moneta e troppe primavere), anche se non lo strazia. Politano vuole andare via (questione di feeling insinua il suo entourage, ma forse anche qui questione di soldi)? Okay, ma non mi prendete Deulofeu. Che è un giocatore devastante ma in un calcio che non è quello di Spalletti. Il calcio che detesta, quello del fare testuggine dietro e scatenarsi negli spazi. Gli piacerebbe, eccome, Veretout, ma costa troppo e sa bene che “costare troppo” a Napoli è peggio che avere il colera. Pjanic? Non serve. Gli piace Lobotka

Alla fine della fiera, Spalletti lo accontenti con poco. Va via Insigne, gli prendi l’ineffabile e impronunciabile Kvaratskhelia, il georgiano. Non lo conosce, ma gli sta bene. Si fida molto di Giuntoli. Gli garba questo Olivera al posto di Ghoulam e soprattutto gli garba il riscatto di Anguissa, uno dei cinque, sei puledri da competizione Champions di cui sopra. Blindategli Kouly, dategli un altro centrale e Spalletti non farà le fuse, ma farà il suo. Andrà alla guerra, ben sapendo che dovrà turarsi le orecchie per i deliranti che gli chiederanno lo scudetto, nel momento in cui il Milan si rinforza, l’Inter acchiappa Lukaku e Dybala, la Juventus prende Pogba, ritrova Chiesa e la Roma vuole fare felice Mourinho. 

Dopo sei anni di Roma, due di Inter e uno di Napoli, avendone passate di cotte e di crude, Spalletti ha imparato a fidarsi solo dei suoi calli.  La storia perfetta non arriverà probabilmente nemmeno con il Napoli. Uno scudetto nello stadio di Maradona, alla fine della sua parabola di allenatore, lo consegnerebbe alla grandezza che merita. Non sarà così? Pazienza. La sua statuina non finirà in prima fila nei presepi di Gregorio Armeno accanto a quelle di Totò, Maradona e Troisi? Se ne farà una ragione. Le storie perfette, probabilmente, non sono scritte nel suo dna, che vuole tanta fatica per arrivare dove deve arrivare, qualunque cosa sia, così tanta fatica che poi non c’è nemmeno il verso di goderne.

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