Capello esclusivo: "Dybala perfetto per Mourinho. Allegri, vincere adesso è un obbligo"

"La Roma è da Champions, Lukaku rafforza l’Inter. Il compito più difficile ce l’ha Spalletti"
Capello esclusivo: "Dybala perfetto per Mourinho. Allegri, vincere adesso è un obbligo"
9 min
Ivan Zazzaroni
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Dybala è il nuovo Sivori: ricordi, Fabio? «Come no, quando arrivò alla Juve dal Palermo. Imparagonabili, però» mi dice al telefono da Marbella «e di epoche differenti, e lontanissime. Dybala è tanta qualità, è fantasia, se sta bene fisicamente fa la differenza come pochi altri al mondo. Ma Sivori era il Messi di quegli anni. Un genio. Quando leggo che avvicinano qualcuno a Messi mi vien voglia di strappare il giornale: Messi è inavvicinabile, unico, proibito inquadrarlo, appartiene a un ordine superiore».  

Quindi la filiera storica della genialità era, e resta, Di Stefano, Sivori, Maradona, Messi. 

«Precisamente. Ho giocato una sola volta contro Sivori, era al Napoli, io alla Roma. Lui ti nascondeva il pallone con il sinistro e lo proteggeva cercando il contatto stretto e insistito con il corpo dell’avversario. (Capello sorride) «Ricordo che per tutta la partita Omar ripeté “mi toccano il culo, mi toccano il culo, maricòn”».  

Chi lo marcava?

«Non chiedermelo, sono passati troppi anni, abbi pietà della mia memoria».  

Dybala, dicevamo.  

«Un vorticare di trovate e soluzioni, l’acquisto che serviva a Mou per alzare il livello e le ambizioni della Roma. Perfetto anche per la piazza... Il primo anno José ha vinto la Conference e ha ripreso le misure del calcio italiano, ora deve puntare a un posto tra i primi quattro. Non è tipo da traguardi minori e sul mercato va accontentato perché conosce il modo, la strada. Ho ritrovato il miglior Mourinho quando si è detto un pochino frastornato. Non a caso è riuscito a esercitare la pressione che serviva sulla società, ottenendo quello che cercava».  
 
Siamo entrati nella stagione degli obblighi, Fabio. Allegri ha appena ammesso che la Juve ha il dovere di vincere lo scudetto.  

«Ho sentito, è giusto. Non ha scusanti e non si naconde. Ha avuto i giocatori perfetti per il suo calcio e le sue idee. Qualità e esperienza».  


 
Addio rinnovamento, però.  

«Qualche giovane la Juve l’aveva messo dentro l’anno scorso, ma se vuoi vincere ti serve un mix di freschezza e conoscenze. Bell’acquisto e bella stazza anche Bremer, uno dei rari marcatori del campionato».  
 
Se ti ritrovassi ad allenare oggi e dovessi misurarti con la stagione delle tante anomalie - il via prima di ferragosto, la lunga sosta per il Mondiale, la ripresa a gennaio con volatona fino a giugno -, come ti comporteresti?  

«Avrei già provveduto».  
 
In che senso?  

«Mi sarei confrontato con i tedeschi che la lunga sosta invernale la affrontano da anni. Loro sanno come ci si prepara due volte nel giro di nove mesi. Riprenderei anche alcune idee di Gibì Fabbri, allenatore che ebbi alla Spal, mi ha insegnato tanto. Molto campo, pallone, la ricerca della brillantezza soprattutto a primavera... (ora Capello fa una breve pausa)... a Gibì consigliai Paolo Rossi, lo sapevi? A lui e a Giussy Farina per il Vicenza».  
 
Racconta.  

«Paolo aveva meno di vent’anni ed era alla Juve. In allenamento lui e Altafini facevano diventare matti noi, i titolari. Ricordo che un giorno dissi a Bagnoli, col quale avevo giocato, di prenderlo a Como, dove c’era un altro Rossi, Renzo, un’ala, se ricordo bene. Bagnoli seguì il mio consiglio, poi nel ’76 ne parlai a Fabbri e al presidente. Paolo aveva un potenziale e dei tempi eccezionali».  
 
Quale, la lezione di Fabbri che assimilasti più in fretta e meglio?  

«Per fare gol è importante arrivare davanti alla porta in velocità. Da fuori area è molto più difficile».  
 
Ma va’…  

«Sembra banale, ma non lo è. Mentre Helenio Herrera ripeteva sempre che quello che fai in allenamento lo fai anche in campo. Se ti alleni a 80 non puoi pensare di giocare a 100. Altro aspetto sul quale mi sono soffermato con ostinazione e che entrambi consideravano fondamentale, la puntualità. Puntualità che significa rispetto».  
 
Mi sembra di ascoltare Ancelotti.  

«La cosa mi lusinga». 

Quando gli hanno chiesto come avesse fatto a battere il Liverpool nella finale di Parigi, sai cos’ha risposto?  

«Il portiere ha parato e il centravanti ha segnato. Della Champions non mi perdo una partita». 
 
Mi sto preoccupando. 

«Perché? Cosa ho detto di tanto sbagliato».  

Non mi hai ancora chiesto di ricordare che lavori a Sky.  

«Ecco, provvedi. Ci tengono». 
 
Tornando a Ancelotti, la fate semplice, voi vincenti.  

«È semplice rendere le cose complicate, ma è complicato renderle semplici».  
 
Arthur Bloch, Legge di Mayer.  

«E di Capello, Carlo, Allegri, Lippi, Trapattoni».  
 
Tu eri considerato un sergente di ferro: mai arrivato allo scontro con un giocatore?  

«Un paio di volte, non di più».  

Con chi?  

«Non faccio nomi».  
 
Ma è tutto materiale prescritto.  

«Te ne dico solo uno, con Gullit, e proprio per una questione che riguardava la puntualità e il rispetto nei confronti del gruppo. Un ritardo può capitare, due si tollerano. La sistematicità non è sopportabile. Ho letto qualcosa sul tema proprio in questi giorni, forse ne hanno parlato ten Hag dello United e Conte. Ad ogni modo dopo quello scontro io e Gullit ci siamo legati indissolubilmente. Chissà perché alcune grandi amicizie nascono dal contrasto. Basta così».  
 
Eri anche un cultore del peso, quasi quanto Renzo Ulivieri.  

«L’attenzione al peso è necessaria. Il più grande giocatore che ho allenato, Ronaldo, mi faceva andare nei matti. Si presentava a 94 chili, ma quando aveva vinto il Mondiale ne pesava 84. Farlo scendere era impossibile, un problema serio. Fuori dal campo il gordo era un irregolare».  
 
Torniamo alle cose nostre. Il ritorno di Lukaku rafforza decisamente l’Inter.  

«Certamente, è ancora la favorita. Lukaku prende molto spazio, è forte, non lo butti giù ed è veloce, se possedesse anche la tecnica di Dybala sarebbe un mostro».  
 
Secondo te chi avrà il compito più difficile dal 13 agosto a inizio giugno?  

«Spalletti. Ha perso Koulibaly, che dava sicurezza a tutta la squadra, e gli assist e i gol di Insigne. Il Napoli mi incuriosisce però. Kim è di sostanza e il georgiano ha, nei movimenti, qualcosa del primo Salah. Intrigante è anche il Milan che punta sulla qualità. Maldini e Massara hanno dimostrato di avere l’occhio lungo. Theo, Tomori, Kalulu, Maignan. Qualche riserva la pongo sull’attacco: Giroud non mi ha convinto del tutto, mentre Origi, la novità, rappresenta una mezza scommessa. A Liverpool ha fatto anche cose importanti, ma deve ritrovare la migliore condizione. Di assoluta garanzia è Leao, spero che confermi i progressi della scorsa stagione, potenziale straordinario». 

Subito dopo l’eliminazione dal Mondiale sono partite le solite analisi e si sono tratte le conclusioni di sempre. All’atto pratico soltanto il Monza di Berlusconi e Galliani ha deciso di puntare sull’italiano. 

«E la cosa ti sorprende? Noi italiani non riusciamo mai a mettere a frutto le esperienze, in particolare quelle negative. Il progetto non solo tecnico di Galliani è apprezzabilissimo e in linea con le esigenze del club e le indicazioni di questo momento storico». 
 
Insomma, sappiamo costruire dal basso, ma non ricostruire dal fondo. 

«Non sappiamo fare sistema, non riusciamo a trovare una linea comune, trascurando per un po’ gli interessi individuali. Continuiamo, ad esempio, a spendere all’estero per stranieri non sempre di livello, sottraendo risorse al campionato. Gli inglesi i loro soldi, centinaia di milioni, li fanno circolare all’interno della Premier». 


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