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Antonio Megalizzi e la radio che univa l'Europa
Fuori dal Campo
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Antonio Megalizzi e la radio che univa l'Europa

Era tra i pionieri di Europhonica: sogni, progetti e tante emozioni. Il racconto di chi ha condiviso lo stesso percorso

C’è voluto un po’ prima di trovare le parole. Giuste? No, non ne esistono in momenti come questi. Ma vengono dal cuore, quello sì. Immenso, come il cuore delle radio universitarie. Sempre unite, nel bene e nel male. Mai come adesso. Perché Antonio era uno di noi. Si era tuffato nel progetto Europhonica come un vero giornalista d’assalto: raccontare l’Europa con gli occhi e la voce dei ragazzi universitari. Una realtà che aveva visto nascere da zero (2015) e da quest’anno era diventato anche capo progetto della redazione italiana. Un sogno. Quel sogno: l’Europa unita. Trento-Strasburgo su e giù una volta al mese, in valigia progetti e obiettivi di chi è innamorato della vita. Diventare grande tra i grandi. La radio, il suo mondo: era uno dei membri di RadUni, l’associazione degli operatori radiofonici universitari che produce vari progetti tra i quali proprio Europhonica, format condiviso con le principali radio europee ed italiane. Nella mente di tutti sono rimasti quei sorrisi durante i Festival delle Radio Universitarie (FRU): tre-quattro giorni nei quali i radio universitari di tutt’Italia si riuniscono una volta all’anno - sempre in una città diversa - per confrontarsi sulle varie esperienze attraverso workshop e panel. Un modo diverso per condividere una stessa passione.

SU WHATSAPP. Poi quel messaggio, prima sul telefono poi dritto al cuore: «Purtroppo due amici delle radio universitarie non ci sono più». Maledetto proiettile... Tutti sapevamo, nessuno ci credeva. Antonio e Bartek, Bartek e Antonio. Due come noi. Due di noi. 75 ragazzi - radio universitari ed ex - in una chat whatsapp, zero messaggi. Mai successo. Troppo grande il dolore. Il cuore spezzato a metà. Il nostro, il vostro. Quello della famiglia, soprattutto. Antonio vivrà nei ricordi di tutti noi, non sbiadiranno mai. Rimarranno sempre a colori, ma non sarà la stessa cosa: i mixer si riaccenderanno senza di lui, le cuffie torneranno alle orecchie per coprire quel silenzio assordante che provoca la sua assenza. Per molti da domani tornerà tutto come prima. Per noi no, perché la sua voce non ci sarà più. Dicono che è la prima cosa che si dimentica quando una persona viene a mancare. Per fortuna, però, da qualche parte ci sarà conservato un podcast con le sue interviste. Sì, anche quelle fatte a Strasburgo. Lì dove tutto si è spento.

RADIOFONICO COME NOI. Quelli passati sono stati giorni di ansia e apprensione. Su quella chat le cose peggioravano di giorno in giorno: «Ragazzi, Antonio è grave», «non si sa se si salverà». Non c’era voglia di ridere e scherzare come sempre. Abbiamo pregato e sperato. Ci siamo illusi. «Magari succede un miracolo», quante volte l’abbiamo pensato. E invece no, se n’è andato per davvero. Lui, uno di noi. Radiofonico come noi. Trasmetteva emozioni con la voce. Stavolta l’ha fatto in silenzio, lasciando un vuoto in ogni radio universitaria. Su quella chat ora c’è una sua foto come immagine profilo, e non poteva essere altrimenti: sorridente e con lo sguardo verso il futuro. Ma quel cuore poi ha smesso di battere. Presto, troppo presto. E mentre Antonio ci lasciava, tutte le radio universitarie si sono unite in un unico abbraccio. In silenzio, senza parole. Perché trovare una spiegazione a tutto questo è impossibile.

 

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