Giuseppe Baresi, una vita da fratello
Il Cuoio
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Giuseppe Baresi, una vita da fratello

Un carriera di sacrificio e trionfi con la maglia dell'Inter addosso

Primo tempo al Milan, secondo all'Inter e il derby finisce 1-1. È il primo dicembre 1991, davanti alla Milano che è città del futuro va in scena una sfida che è ricordo del passato e resterà come una storia di confine. È l'ultimo derby dei Baresi come capitani. Franco ha cambiato il calcio, l'interpretazione del ruolo di libero e dato forma alla visione del Milan di Sacchi. Eppure i primi allenamenti li aveva fatti all'Inter. Ma c'era già Giuseppe, una vita da mediano che non vince i Mondiali, ma si prenderà la Champions League da vice di Mourinho nell'anno del Triplete.
È nato il 7 febbraio come Vasco Rossi. Bresciano di Travagliato, che è insieme storia e geografia, nome e aggettivo di una gioventù da orfano di entrambi i genitori a 18 anni, Beppe Baresi non ha l'indole della rockstar. L'Inter che lo attira negli anni del Mago Herrera con Corso e Mazzola diventa passione e seconda famiglia insieme. Da piccolo gli resta l'esempio delle grandi bandiere, Gianni Rivera e Gigi Riva, che rifiutò anche la Juventus per restare in quella Cagliari che aveva imparato a chiamare casa.

DEBUTTI E TRIONFI. In prima squadra debutta negli ultimi minuti di un Inter-Juventus nel girone finale di Coppa Italia del giugno 1977. L'anno successivo fa anche il suo esordio in Serie A. Per un ragazzino di nemmeno vent'anni che arriva dal settore giovanile, le prime partite a San Siro davanti a 50 o 60 mila spettatori restano un'emozione non certo da poco. Ne giocherà 559 di partite con la maglia dell'Inter, quinto di sempre nella storia nerazzurra dopo Zanetti, Bergomi, Facchetti e Mazzola, tra il 1977 e il 1992. Ha vinto due scudetti (1980 e 1989), due Coppe Italia (1978 e 1982), una Supercoppa Italiana e una Coppa Uefa nel 1991.

ECLETTICO. “Supplisce alla tecnica un po’ rozza con due possenti polmoni e grande eclettismo tattico: gioca in quasi tutti i ruoli di difesa e centrocampo, marcando gli attaccanti e i registi avversari con imparziale rudezza” scrive Luca Sappino nel Dizionario del calcio italiano. In effetti comincia da terzino, indifferentemente a destra o a sinistra. Ma il ruolo che più lo rappresenta è il mediano, l'uomo che reagisce e decide senza cercare la ribalta. E lo farà per tutta la vita, anche da responsabile del settore giovanile, vice allenatore, assistente tecnico o scout dell'Inter. Perché il nome Baresi vuol dire serietà, tanto lavoro e poche polemiche. Un nome che sua figlia, Regina, porta con altrettanta responsabilità da centravanti e capitano dell'Inter femminile.
È un gregario classico, gli allenatori avversari chiedono ai loro giocatori di maggior talento di metterlo il più possibile sotto pressione. Ma se ogni volta sul miglior uomo della squadra rivale c'è lui, un motivo ci sarà. Li ha osservati e marcati tutti, chiedendosi ogni volta se ne sarebbe stato all'altezza. Ha affrontato Maradona, Platini, Zico, ma non sono gli unici che siano riusciti a metterlo in difficoltà. Ancora ricorda i duelli con Causio, Claudio Sala, Novellino e Bagni, che univano tecnica e forza fisica.

AMICO DEI CAMPIONI. Campioni ne ha visti passare anche dalla sua stessa parte, tra i compagni di squadra. Due in particolare, come ricorda in più interviste: Altobelli, il centravanti spietato del suo primo indimenticabile scudetto nel 1980, e Lothar Matthaus, il faro dell'Inter dei record del Trap nel 1989. Ha visto riaprire le frontiere, ha visto passare Beccalossi e Rummenigge, ma è rimasto sempre lì, perché i solisti non bastano a far grande l'orchestra.
Si è regalato anche tredici gol in nerazzurro, anche di foggia inattesa per un mediano senza lo spunto della punta né del dieci, come direbbe Ligabue, interista pure lui. Vedere per credere il destro al volo su cross di Centi deviato all'indietro da Altobelli che apre il 3-2 sulla Roma del 22 novembre 1981.

NAZIONALE. Portato all'Inter da Guido Settembrino come Franco, ha anticipato il fratello in Nazionale. Debutta in azzurro. Entra al posto di Gentile a Firenze contro la Svezia, il 26 settembre 1979, in un'amichevole di rodaggio in vista dell'Europeo in casa del 1980: una nazionale appena discreta, senza grandi acuti, vince 1-0.
Lo gioca quell'Europeo malinconico. Perde la convocazione per il Mundial '82, più per sue responsabilità, ammetterà, per un certo senso di appagamento, di rilassamento che gli sarà di amara lezione. In Nazionale disputa anche il Mundialito 1980 e il Mondiale 1986. È sempre lui a marcare il campione simbolo del quadrato magico del centrocampo della Francia negli ottavi di finale. In Messico si riapre il duello con Platini, ma Le Roi segna uno dei due gol, la Francia vince 2-0, e in azzurro Baresi non torna più.
In nerazzurro rimane fino al 1992, per poi chiudere la carriera dopo un'appendice biennale a Modena. La felicità l'ha conosciuta da giocatore, da assistente nell'anno dell'indimenticabile Triplete. La conosce però ogni giorno, ogni volta che trasmette l'amore per quello che fa, in famiglia e per la squadra. Perché Baresi vuol dire serietà.

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