Jugovic, alla Lazio una stagione per farsi amare
Il Cuoio
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Jugovic, alla Lazio una stagione per farsi amare

Guidò i biancocelesti alla finale di Coppa UEFA e a vincere la Coppa Italia sconfiggendo il Milan

Roma innamora e fa innamorare. Roma, per Vladimir Jugovic, è un luogo del cuore, un passaggio per scoprire il tesoro alla fine dell’arcobaleno. Il 22 maggio del 1996 è lui che tira il rigore decisivo nella finale di Coppa dei Campioni che la Juve vince all’Olimpico contro l’Ajax. Peruzzi ha frustrato prima Davids e poi Silooy. Jugovic, entrato per Conte nel corso del primo tempo, ha gli occhi della tigre, la sicurezza di chi è abituato a dirigere e a non farsi condizionare dalle tensioni. Osserva il piazzamento di van der Sar, che poi alla Juve sarebbe arrivato, lo sfida, lo batte con un tiro preciso nell’angolo destro.

La Lazio cede Winter e Di Matteo, il cervello del centrocampo passato al Chelsea. Chiude al quarto posto la stagione, salvata dopo un avvio complesso con l’esonero di Zeman a gennaio e l’arrivo di Zoff. Inizia l’era Eriksson, che ha già allenato Jugovic alla Sampdoria, e convince Cragnotti a puntare sul serbo per il centrocampo. “Mezzasquadra”, soprannome che si guadagna per l’intelligenza tattica con cui guida i compagni, è insieme a Mancini il diamante incastonato nella campagna acquisti 1997-98.

UN PREDESTINATO. È un predestinato, l’ha capito subito e affronta ogni passo della sua carriera con le spalle larghe di chi ha imparato a far vanto di precocità senza annacquare il talento. Ha iniziato a dodici anni nella piccola squadra di Trstenik, dove è nato. In sei mesi, è già nel vivaio della Stella Rossa, una delle big del calcio jugoslavo. Nel settore giovanile, lo schierano sistematicamente sotto età, con i ragazzi più grandi. Cresce in fretta, compensa con l’intelligenza quel che il fisico ancora acerbo non può dargli. Dopo il servizio militare sceglie di passare a una squadra meno ambiziosa, il Rad, per fare esperienza. Rientra alla Stella Rossa e vince da protagonista la Coppa dei Campioni del 1991, in finale a Bari contro il Marsiglia. Segna due gol in Coppa Intercontinentale, si eleva ai vertici del calcio italiano con la Juventus, sceglie la Lazio perché si fida di Eriksson. Se il tecnico ha scelto la panchina biancoceleste, pensa, vuol dire che qualcosa di importante da vincere c’è.

 

ALLA LAZIO. Non sarà un’avventura, anche se la sua esperienza alla Lazio durerà solo una primavera. Jugovic è la mente del centrocampo, che si arricchisce della creatività di Mancini, della corsa di Venturin e Fuser, della spinta costante, inesauribile di Pavel Nedved. Centrocampista di lotta e di governo, Jugovic tampona sulle linee di passaggio, copre e fa ripartire la squadra, i suoi lanci esaltano la capacità di Boksic di dare profondità e sfruttare la forza fisica negli spazi. Segna due rigori pesanti in Coppa Italia. Nel derby della Befana, il 6 gennaio in Coppa Italia, trasforma dal dischetto la rete del 2-0 nella gara d’andata che la Lazio vincerà 4-1. Il piatto destro spiazza Konsel, ma non gli basta. Al ritorno, sempre sotto la Sud, altro rigore che la Roma contesta per un doppio fuorigioco non segnalato nell’avvio dell’azione. Cambia la forma, conclusione di potenza sotto la traversa, non la sostanza. Jugovic, convinto che quella Lazio fosse una squadra di grande livello ma forse non pronta per correre su tanti fronti, è l’uomo dei momenti decisivi. È il migliore in campo nella semifinale di andata di Coppa Uefa contro l’Atletico Madrid, in cui regala l’unico gol su azione della stagione. Quello più importante, però, lo segna il 29 aprile all’Olimpico, ancora dal dischetto. La porta è la stessa nella quale ha realizzato il rigore decisivo nella finale di Coppa dei Campioni. La Lazio è impegnata in un’altra sfida per il titolo, la gara di ritorno in Coppa Italia contro il Milan. Jugovic tira forte, preciso, a fil di palo. Rossi non può nulla. Dopo lo 0-1 dell’andata a San Siro, la Lazio rimette in discussione l’esito della sfida. Il suo è il gol del 2-1, ma cambia l’equilibrio emotivo della partita. Dopo sette minuti, quando ne mancano 25 alla fine, un corner da sinistra attraversa l’area del Milan senza che nessuno riesca a respingere o ad allontanare la palla dall’area. Negro gira, Rossi respinge ma, da inatteso centravanti c’è Nesta, uomo giusto al posto giusto per dare il trofeo alla Lazio.

MANCA IL BIS. Sognava di dare un trofeo ai biancocelesti, Jugovic, e ha compiuto la sua missione. Non gli riesce, però, di raddoppiare. In Coppa Uefa, a Parigi l’Inter di Ronaldo non lascia scampo alla squadra di Eriksson. La Lazio ha giocato 55 partite in stagione, Jugovic ne ha disputate 42 e ha segnato sei gol. A Parigi torna per i Mondiali, convinto di rientrare a Roma dopo l’estate. Invece Arrigo Sacchi ottiene il suo passaggio proprio all’Atletico Madrid. La sua cessione è il grimaldello per arrivare a Christian Vieri. Ma a Roma, i tifosi della Lazio non l’hanno mai dimenticato.

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