La coscienza di Zeman
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La coscienza di Zeman

Convinzioni e dogmi del tecnico di Praga, fautore di un calcio incapace di accettare i compromessi

La coscienza di Zeman. Un’isola incontaminata nel mondo liquido e spesso fetido del calcio professionistico, che Antonello Venditti aveva scandagliato nei versi di una canzone dedicata a quel boemo che una scritta sui muri vicino casa di una Roma di fine Novecento celebrava come Condottiero. Più delle sue idee che di un popolo, più delle sue convinzioni indiscutibili che di una propensione volta al miglioramento di un movimento al quale aveva molto da insegnare.

Era il periodo in cui dagli abissi del mondo del calcio emergevano le escrescenze da farmacia e uffici finanziari che il tecnico di Praga aggrediva frontalmente senza poter essere attaccato da chi, di quel mondo, era artefice, burattinaio o servitore ben remunerato. Enigmatico e apparentemente distaccato, diretto e provocatoriamente paradossale («Alcuni giocatori si lamentano che li faccio correre troppo? Ogni mattina alle sei vedo un sacco di persone che corrono. E non li paga nessuno»), Zeman è uno di quei personaggi che ha dato al calcio più di quanto abbia ricevuto. Anche per i suoi demeriti, facilmente individuabili nel desiderio irrinunciabile alla perfezione e nella resistenza spesso ostinata ai compromessi. Caratteristiche che, al contrario  dei detrattori, i suoi estimatori hanno sempre considerato i valori più positivi di un allenatore che, fuggito dagli echi soffocati della primavera di Praga, portò il vento della rivoluzione sui campi di calcio italiani, tradizionalmente inclini, come da inveterate usanze socioculturali, a trarre profitto più dalla mancanze altrui che dai propri meriti.

GLI INIZI - Diplomatosi all’ISEF con una tesi sulla medicina dello sport, professore di educazione fisica, Zeman cominciò a sperimentare i suoi principi di calcio nella Sicilia degli anni settanta. Nel 1983, dopo dieci anni nelle giovanili spesi a insegnare calcio ai ragazzi del Palermo, il boemo prese la guida del Licata, col quale ottenne una storica promozione in serie C1. Il grande calcio, però, cominciò a parlare seriamente di lui sul finire del decennio, quando allenò il Messina di un emergente Totò Schillaci.

Ma è col Foggia che riesce finalmente a mostrare lo scintillio dei suoi schemi di gioco a tutta l’Italia, che ha modo di apprezzare il fascino enfatico di attacchi vertiginosi, difensori centrali rimasti a presidio solitario del cerchio di centrocampo in attesa del rientro di terzini dispersi sul fronte offensivo a occupare gli spazi abbandonati da attaccanti accentratisi in area di rigore alla ricerca di conclusioni risolutive. In mezzo centrocampisti necessariamente abili in entrambe le fasi del gioco, in perenne movimento alla ricerca di un pallone da rubare e da rilanciare, con specifiche polmonari e capacità di emozionarsi alla fatica fuori dall’ordinario.

SUDORE E SACRIFICIO. Il nome sulla maglia non è mai un’esimente al lavoro: da Seno a Di Francesco, da Di Biagio a Winter, da Biagioni a Nedved, il sacrificio è la condizione indispensabile per riuscire a giocare in squadre necessariamente condannate alla perfezione assoluta per raggiungere il massimo risultato. Negli schemi del boemo, fatti di ricorso estremo alla velocità d’esecuzione, verticalizzazioni continue alla ricerca della profondità e distanze minime tra i reparti, errori e imprevisti sono variabili non contemplate nello svolgimento del gioco, che alla lunga condannano al severo, talvolta sarcastico giudizio del risultato. Non è facile raccontare a un tifoso trafitto dalla sconfitta che «purtroppo, nel calcio di oggi, conta solo il risultato e nessuno pensa più a far divertire la gente». Perché la gente si diverte anche vincendo e magari, almeno saltuariamente, giocando male, rosicchiando una vittoria su rigore all’ultimo minuto.

Come anche i calciatori, portati al rigetto di teorie che somigliano a nevrosi nel momento in cui non trovano più riscontro positivo sul campo per episodi occasionali o incapacità nel mantenere standard di rendimento immuni dall’errore. È questo il punto di rottura, il momento in cui Zemanlandia scricchiola e scivola pericolosamente verso il tracollo dell’utopia che i suoi interpreti, frustrati dall’insuccesso, vorrebbero mitigare coi suggerimenti del buon senso. È qui che Zeman “rompe”, persiste nella fede assoluta e oltranzista nelle sue convinzioni basate sul 4-3-3, il modulo migliore per coprire il campo in altezza e in larghezza, con la linea difensiva altissima e il pressing a tutto campo nonostante le condizioni fisiche della squadra, non sempre al top, e le situazioni della partita, a volte mutevoli come il tempo sull’Everest.

Per lui la miglior difesa è sempre e comunque l’attacco, i terzini di spinta aggiunti al centrocampo, il portiere (il vero “libero” vecchie maniere nelle squadre del boemo) magari incerto tra i pali ma bravo coi piedi e abile nell’interpretare i tempi di uscita dall’area quando la linea difensiva viene superata. È così che arrivano le sconfitte, i mugugni dei tifosi, le insoddisfazioni di calciatori avvezzi al mestiere propensi a rivedere l’interpretazione del modulo in partita e l’intensità degli allenamenti settimanali.

Contrasti che non trovavano soluzione dinanzi al dogma della sua verità assoluta, incorruttibile dal tempo, inattaccabile dalle contaminazioni di un calcio che, come la storia, vive di tesi, antitesi e sintesi che hanno portano Zeman lontano dall’attualità. Non dalla coscienza di chi, del suo messaggio, ha saputo cogliere i tratti essenziali: la bellezza di un calcio fondato sul sacrificio individuale, la disciplina e il senso del collettivo, che riesce a superare la tentazione maligna della vittoria oltre le regole. Il calcio, e la coscienza, di Zeman.       

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