Vincenzo Paparelli, una morte che oscurò il candore del calcio

Quarant’anni fa il tifoso laziale perdeva la vita sugli spalti dello stadio Olimpico. Sconsideratezza, incoscienza e un’impropria interpretazione del tifo, inseriti nel contesto degli anni di piombo, originarono quella tragedia assurda
5 min
Il 28 ottobre 1979 il calendario della Serie A prevede i derby di Milano e Roma. Alla vigilia l’attenzione è inevitabilmente più focalizzata su Inter-Milan, che oppone la capolista nerazzurra contro i campioni in carica rossoneri. Roma e Lazio sono più indietro in classifica: il Derby della Capitale non è ancora riuscito a ritagliarsi lo spazio mediatico conquistato solo negli anni successivi. Vincenzo Paparelli, 33 anni, di professione meccanico, è un uomo come tanti: marito, padre, tifoso della Lazio. È una domenica autunnale, piove. Una di quelle domeniche da dedicare alla famiglia. Poi, all’improvviso, esce uno sprazzo di sole e Vincenzo viene inesorabilmente attratto dall’idea di andare allo stadio a vedere il derby. Solita routine: si esce di casa, si arriva allo stadio, si entra, si trova un posto. E, nella lunga attesa che separa lui e la moglie dall’inizio della partita (in curva Nord non ci sono i posti numerati), dopo aver letto qualche pagina di giornale addenta il pasto frugale tipico dell’occasione: un panino con la frittata. Quelle attese erano fatte così: interminabilmente lunghe, noiosamente statiche, non ancora consumate dalla velocità zippata portata quarant’anni dopo dal mondo dominato dai cellulari. In quell’atmosfera quasi sospesa, impressionisticamente punteggiata da un boccone di cibo, una chiacchierata col vicino di posto occasionale e qualche sigaretta, dalla curva Sud parte un razzo che sorvola tutto il campo di gioco e chiude la sua traiettoria nel pieno viso di uno di quei tifosi che sta dribblando il tempo che lo separa dall’inizio della partita. Quel tifoso è proprio lui, Vincenzo Paparelli, che non ha nemmeno il tempo di capire che la partita della sua vita sta per finire così, diretta inflessibilmente da un arbitro che applica un regolamento incomprensibile. La scena è cruenta, il panico si diffonde velocemente. La moglie di Vincenzo,
Wanda, prova disperatamente a estrarre dall’occhio del marito quell’oggetto incandescente, che la ustiona. La corsa all’ospedale è inutile e disperata, consumata tra paura, preghiere e dolore. Paparelli non ce la fa, lasciando la famiglia da sola a combattere la guerra della vita, fattasi all’improvviso terribilmente difficile. 
 
 
Quel giorno la tesi per la quale il mondo del calcio vive in un’isola felice, incontaminata dalle influenze della società, veniva clamorosamente sconfessata. Un atto scriteriato, che portava con se gli echi disordinati di un concetto improprio del tifo, risuonò violentemente dentro l’Olimpico di Roma, portando il clima che si respirava per le strade del Paese all’interno di uno stadio di calcio. In quegli anni l’Italia viveva i suoi tormenti dilaniata dalla lotta politica extraparlamentare che si consumava nella violenza spesso omicida degli anni di piombo. Vincenzo Paparelli morì in un luogo che avrebbe dovuto essere un sacrario della gioia di vivere proprio come giudici, politici, imprenditori e forze dell’ordine perivano nei luoghi dove quotidianamente si recavano per lavorare. Attività ordinarie potevano trasformarsi in tragedie senza la possibilità di poterle prevedere. “Quel razzo ha distrutto la mia famiglia” ha dichiarato recentemente al Corriere della Sera il figlio di Paparelli, Gabriele, la cui vita è stata segnata per sempre da quello sconvolgente episodio. Come sconvolgenti sono le scritte comparse negli anni successivi a Roma che, in un misto di stupidità e barbarie, rievocano quella morte: ”Leggere sui muri ‘10-100-1000 Paparelli’ è stata la maledizione della mia vita. Quando mi capita di vederle, corro a coprirle” il commento avvilito di Gabriele a quelle iscrizioni oscene. La cronaca esige che si parli anche di Giovanni Fiorillo, il diciottenne disoccupato che sparò quel razzo dalla curva Sud: rimase latitante per 14 mesi prima di costituirsi. Nel 1987 la Cassazione lo condannò definitivamente a sei anni e dieci mesi di reclusione per omicidio preterintenzionale: aveva sempre giurato che quel giorno non aveva intenzione di uccidere nessuno. Ma dal 28 ottobre 1979 andare allo stadio non fu più la stessa cosa.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA