Il sarrismo in azzurro
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Il sarrismo in azzurro

Con il cuore in gola, all’ultimo secondo, siamo rimasti in serie A e abbiamo sbattuto in B la Polonia di Lewandowski, di Milik, di Zielinski e di Piatek. E altro che retrocessione, la matematica ci consente ancora di sognare il primo posto nel girone: certo, ci vorrà più di un mezzo miracolo, bisognerà battere il Portogallo e poi mettersi nelle mani (o nei piedi) della Polonia, ma intanto dopo qualche anno ci siamo divertiti a vedere una partita dell’Italia. Divertiti ed emozionati, come quando Biraghi ha segnato il gol della vittoria e guardando in cielo ha salutato Davide (Astori), l’angelo della Fiorentina per una notte angelo azzurro.

Mancini sommerso dagli abbracci, il campo trasformato in un parco giochi di bambini felici: avevamo toccato il fondo, stavamo cadendo in serie B dopo l’onta russo-svedese e ci siamo rialzati con una grande Nazionale. Grande perché ha dominato a Chorzow la Polonia giocando benissimo e creando almeno dieci palle gol, concedendo le briciole, e sempre in contropiede, a rivali annichiliti dall’aggressitivà e dalla velocità degli italiani.

E’ stata una notte speciale, stavolta abbiamo la sensazione che sia rinata l’Italia, serviva un guizzo, un successo, una scossa che rialzasse l’intero Sistema e finalmente è arrivata: si era già capito a Genova, nel primo tempo contro l’Ucraina, che Mancini stava venendo a capo di una matassa davvero intrecciata. Un’Italia ispirata al calcio di Sarri e del suo ultimo Napoli: fuori il centravanti vero (Immobile), dentro il falso nueve (Insigne, Bernardeschi e Chiesa a girare) e tanta qualità in mezzo al campo con Verratti (finalmente!) e Jorginho sostenuti da un Barella davvero straordinario per personalità e continuità.

L’Italia ha sbagliato davvero tanti gol, spesso si è fermata davanti a Szczesny, il miglior erede di Buffon che la Juve potesse trovare in Europa, ne avrebbe potuti fare anche tre o quattro. La porta stregata, le imprecazioni di Mancini, le mani sul volto di Insigne: la nostra Nazionale non riusciva a segnare pur giocando come mai aveva fatto negli ultimi anni, cioè dando spettacolo. Alla fine il guizzo di Biraghi (su assist di Lasagna, centravanti di emergenza), l’esplosione di gioia, la consapevolezza di aver iniziato un lungo cammino che dovrà portare l’Italia prima agli Europei e poi ai Mondiali con un ct felice di fare il ct e questo può fare la differenza. Sì, perché per Mancio allenare la Nazionale non è un lavoro ma un atto di fede.

L’Italia è rinata in una notte, si riparte da qui e il tecnico chiuda al più presto il caso Immobile riaprendogli le porte e stringendogli la mano. Con Balotelli è sempre stato generosissimo, anche il mese scorso, lo sia anche con Ciro che è un patrimonio del calcio italiano: 41 gol la stagione scorsa, già 6 in questa. Non può essere una vignetta sui social a rovinare un rapporto. In fondo Mancini, ai suoi tempi, a qualche ct (Bearzot, Vicini e Sacchi) aveva fatto anche di peggio.

 

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