
Sul lavoro del ct: il senso della crescita
Dobbiamo crescere, dice Gattuso. Ma come? Qual è il senso della crescita se in azzurro ci si ritrova ogni mese, mese mezzo, per lavorare insieme una settimana al massimo? Quando i valori non sono elevatissimi - mi riferisco alla nostra Nazionale - e quando oggi si può contare su uno o più uomini-chiave che a marzo, sotto playoff, potrebbero anche non esserci per mille ragioni, come si fa a inseguire la crescita?
Quattro anni fa vincemmo sorprendentemente l’Europeo perché trovammo gli accenti giusti al momento giusto, qualche exploit individuale e anche un pizzico di fortuna.
La Nazionale è un mondo a parte, è discontinuità, se non hai Messi, Ronaldo, Haaland, Mbappé, Yamal, Salah, Dembélé. Noi non presentiamo fuoriclasse simili e neppure un blocco, come nel 2006: degli undici che stasera scendono in campo cinque giocano addirittura all’estero e in squadre diverse e allora togliamoci il dente Israele, prendiamoci ’sti spareggi e auguriamoci di arrivare nelle migliori condizioni.
Gattuso, che è entrato perfettamente nella parte, queste cose le sa, ma deve dire altro: l’unica crescita che può ottenere è quella del suo rapporto con i selezionati, un forte aumento di credibilità.
Dice il saggio: per crescere è indispensabile sentire di appartenere a qualcosa e a qualcuno: un amore, un’ideologia, una bandiera, una fede, un maestro. Una maglia, ecco, sì: una maglia.
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