Dalla parte di Bastoni, perché quel tackle non può diventare una colpa imperdonabile
So di suonare fuori dallo spartito, ma anche se il lavoro è sporco qualcuno lo deve pur fare.
Mi immolo volentieri e vado alla questione: trovo doveroso spendere una parola per difendere Bastoni. Non tutto Bastoni, mai più quello della memorabile simulazione con annessa carognata dell’esultanza, eccetera eccetera. Quello ha raccolto quanto ha seminato e non c’è niente che possa sbianchettare l’impresa.
Eppure temo che proprio quella serata a San Siro serva ormai per giustiziarlo a prescindere, ogni volta e comunque, anche quando non lo merita. Così voglio dire: anche se il tribunale del popolo, degli scribi e dei farisei, l’ha crocefisso per il rosso in Bosnia, anche se da giorni leggiamo e sentiamo anatemi contro di lui, stavolta Bastoni è innocente. Quella sera Bastoni ha semplicemente fatto ciò che qualsiasi difensore vero, compresi i suoi avi mondiali Gentile e Cannavaro, Materazzi e Collovati, avrebbero fatto. L’attaccante lanciato a rete (da un precedente errore, non di Bastoni), impone una scelta rapida: o l’accompagni amabilmente al gol, o tenti l’intervento della disperazione. Ecco, così definirei lo scandaloso “reato” di Bastoni: ha doverosamente tentato l’intervento della disperazione.
Bastoni azzurro vero, generoso e determinato
Sappiamo tutti come può finire un tackle simile: in un’apoteosi se si riesce a prendere la palla, in un cartellino rosso se per questione di centimetri si prende l’avversario. La due è toccata a Bastoni. Però questa non può diventare una colpa imperdonabile, messa sullo stesso piano della fesseria di San Siro con la Juve. Se tutte sono fesserie, niente è più fesseria. Invece è il caso di essere critici e rigorosi, almeno un minimo: quella resta una colossale fesseria, questa è da applausi. Sì, stavolta Bastoni ha compiuto il suo dovere fino in fondo, da difensore perfetto: che poi sia finita male fa parte del gioco, ma del gioco di chi ci prova e di chi rischia, non di quelli che si astengono per evitare la brutta figura personale. Diciamola tutta: Bastoni in quel momento si è dimostrato azzurro vero, azzurro generoso e determinato.
Poi lo sappiamo: davanti all’apocalisse, è irresistibile la tentazione di un capro espiatorio. Il primo che capita sottomano. E allora tutti addosso a Bastoni, che con la sua ennesima fesseria ha lasciato l’Italia in dieci, certo, praticamente buttando al macero la qualificazione mondiale per una stupidaggine personale. Se piace raccontarcela così, avanti così. Ma è proprio così che nascondiamo sotto il tappeto la polvere di una crisi ben più pesante e imperdonabile della disperata scivolata di Bastoni. D’altra parte, è molto più comodo sbrigarcela con il furore popolare e infierire sul brutto sporco cattivo. Sparare su Bastoni ormai è sparare sui tacchini. Non si sbaglia mai. I tribunali del popolo hanno sempre scelto la soluzione più comoda, strappando gli applausi.
