Italia campione del mondo 2006, quel giorno abbiamo cominciato a perdere
Son passati vent’anni - 9 luglio 2006 - dall’ultimo trionfo italiano. Da quelle notti magiche che cominciarono battendo il Ghana, poi la Cechia, l’Australia (con quel “decisivo” rigore di Totti), l’Ucraina e ancora - che battaglia a Dortmund - la Germania. Avevamo già vinto. Zidane ci diede solo l’opportunità di veder Grosso firmare la vittoria, sentire Civoli cantare “il cielo è azzurro sopra Berlino”, Cannavaro e Lippi sollevare per la quarta volta la Coppa del Mondo come un giorno Schiavio e Meazza con Pozzo e Zoff con Bearzot. Come nel ’36, all’Olympiastadion, davanti al Fuhrer. Annibale Frossi, il bomber con gli occhiali.
Poi, dal Sudafrica in avanti, un fallimento lungo fino ai giorni nostri. Ogni tanto qualcuno mi chiede (forse augurante): “Ma nel Trenta ci saremo?”. Mi tocco. Ma rido: c’è qualcuno che mi ha fatto un contratto di lavoro fino al ’32… Una questione di fiducia, naturalmente. Senza scherzi, vorrei esserci. Almeno per curiosità. E per fiducia nel nuovo. Che per ora è solo un nome. Per vedere se Malagò ce la fa a raddrizzare la Bisarca con il suo carico di errori, malignità, disfattismo, improvvisazione, stupidità. Io so cosa gli piacerebbe fare e l’aspetto al varco per vedere se i soliti distruttori si intromettono e vincono.
Ho legato a quei giorni due belle storie della mia vita: una, professionale, quando mi battei contro quei geni che volevano rinunciare perché la Juve… perché la Juve… e la Juve trascinò l’Azzurra alla vittoria. L’altra, umana, quando a Monaco di Baviera incontrai Maradona e ritrovai l’amico perduto piangendo fra le sue braccia. Se permettete, mi lascio andare, perché Sudafrica 2010 fu solo una pena e già fatico a ripescarla nella memoria che col tempo tende a ricordare le belle storie, a rifiutare i fallimenti. È sempre amore, credetemi. Chi mi ha dato anche un’ora di felicità ha la sua immagine - anche un film - mentre le arpie stanno a zero. Non a caso, prendendo a mano questo pezzo ho rammentato Enea che alla gnaulante Didone disse «regina, perché mi ordini di rinnovare un indicibile dolore?». Indicibile? Esagero. Ma quanti danni ha fatto all’Italia, allo sport - soprattutto al popolo che sopravvive cercando sorrisi come ai tempi di Rita Pavone - il malgoverno di quella che era la sesta industria italiana per fatturato? Come dicevo, il Giuoco è finito nelle mani della mala gente del business. C’è ancora qualcuno che rammenta - terquequaterque - che la vigilia dei nostri successi pativamo qualche sfiga che ci dava la forza di reagire. Chiacchiere da bar. Se volete, faccio il qualunquista e vi dico che per raccontare i guai di questi vent’anni ci vorrebbe un libro. Mancano ahimè gli storici. E anche i cronisti.
L’Amica Intelligente (e Geniale) mi ricorda che l’avventura dell’Italia ai Mondiali di calcio 2010 in Sudafrica fu disastrosa: gli Azzurri, campioni in carica, furono eliminati nella fase a gironi - la Slovacchia di Hamsik fece storia - raccogliendo solo 2 punti nel girone. La tenebrosa Azzurra di Lippi - per nulla romanzesca - concluse il torneo all’ultimo umiliante posto del raggruppamento. Insomma, se proprio ci tenete, la faccenda andò così: Paraguay-Italia 1-1; Nuova Zelanda-Italia 1-1; Slovacchia-Italia 3-2, decisiva sconfitta all’Ellis Park di Johannesburg; dove è incisa in tribuna stampa un’icastica battuta: “Italo ha chiuso”. Sì, chiusi con i miei Mondiali - i primi a tavolino, Cile ’62, Inghilterra ’66, Messico ’70 - avendo tuttavia conosciuto di persona Pelé. E nel ’74 in Germania, in presenza, la summa italica del malgoverno. Un’imbarcata di ucronici Tafazzi. Come spesso, dopo. Ad esempio in Brasile 2014.
Prima di lasciare Johannesburg ebbi tempo di sentire un alto dirigente - come Ulivieri 16 anni dopo - che spiegava come la soluzione dei nostri problemi l’avremmo trovata con lo ius soli: guardate la Francia, guardate la Germania come traggono vantaggio dai giocatori africani “nazionalizzati”. Non sapevano che i Neri di Francia erano francesi da secoli, non poveri disperati migranti. I tedeschi - ché son tedeschi - vinsero proprio il Mondiale brasiliano con una squadra tradizionale (e il furto vendetta all’Inghilterra di Capello). Mentre da noi il miracolo Balotelli veniva salutato al grido “un nero non può essere italiano” da tifosi trinariciuti che presto avrebbero visto le loro squadre riempirsi di stranieri d’ogni dove. E un po’ alla volta l’Azzurro andava spegnendosi. Breve riassunto di un Mondiale vuoto di passione: durante il Mondiale Cesare Prandelli stabilì il quartier generale a Mangaratiba, una località balneare situata nello Stato di Rio de Janeiro, alloggiando presso l’esclusivo Portobello Resort & Safari. Fu praticamente una gita turistica. A Manaus (dov’è il mitico teatro di Fitzcarraldo) l’esordio vincente contro l’Inghilterra (2-1); a Recife (una bella Venezia), la seconda sfida, persa 1-0 contro la Costa Rica; a Natal (notti magiche aspettando un gol) l’ultimo match decisivo, perso 1-0 contro l’Uruguay. Con il morso di Suárez a Chiellini. Melodramma e tutti a casa.
Una meravigliosa pausa in vent’anni di niente - l’Europeo di Mancini e Vialli - è anche una storia di uomini coraggiosi. Ma mi è tornata in mente quella profezia del Cassandro: “Per vincere l’Italia del pallone deve rispondere a una grande sfiga”. E fu il Covid.
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