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Gli errori di Ventura in campo e fuori

Gli errori di Ventura in campo e fuori
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L'opinione del direttore del Corriere dello Sport-Stadio

 Alessandro Vocalelli

domenica 3 settembre 2017 08:45

Possiamo dirlo, senza veleno, con molta chiarezza? Speriamo che questa sconfitta, questa pesante sconfitta contro la Spagna, finisca per rappresentare una lezione, una dura ma salutare lezione, per l’Italia e soprattutto per il suo Ct. Già, perché al di là della stima e della considerazione per Giampiero Ventura, l’impressione - nettissima - è che in questa occasione il nostro allenatore abbia finito per complicare la vita (già difficile, considerando il valore degli avversari) ai nostri giocatori. Non è, per essere chiari, una questione di modulo, perché altrimenti il calcio sarebbe fin troppo semplice. E basterebbe portarsi in panchina il computer. Il problema, il grande problema che ha evidenziato questa partita, è che nel calcio esistono (detta così può sembrare una banalità) i ruoli e i giocatori dovrebbero essere messi in campo per esaltare e non mortificare le proprie caratteristiche. 

Una considerazione, certo, scontata; ma che non trova un’applicazione così frequente e matematica. Prendete, per fare una po’ di storia recente (e applicata ai protagonisti di ieri) il caso di Isco. Uno che è passato dal calcio computerizzato di Emery nel Valencia alla libertà eccessiva che gli concedeva Pellegrini nel Malaga. Sapete quando Isco è diventato e si è affermato come il campione che tutti abbiamo ammirato nella serata del Bernabeu? Quando Ancelotti lo ha messo venti metri più indietro, a lavorare di più, a guadagnarsi il tempo e lo spazio per far funzionare le idee. Il calcio non è sicuramente una scienza, ma ha bisogno di rispettare ed assecondare le aspirazioni. Dunque, per tornare al discorso che più ci interessa: che senso ha, per dirne una, la più evidente, mettere Insigne per fargli fare l’esterno di contenimento? Insigne ha passo, elettricità e un destro che gli permette di entrare all’interno del campo. Farlo giocare così - largo e su una rotaia - è fargli un torto e non regalargli un’aspirazione. Ed esporlo alle critiche, superficiali, di chi addirittura trova il coraggio di censurarne la prestazione. Così, di conseguenza, non dà risultati tenere stretti Belotti ed Immobile a giocare per ottanta minuti spalle alle porta. O ancora: è logico costringere Daniele De Rossi in quegli spazi eccessivi? E’ un caso che il primo gol sia scaturito da una punizione figlia di un’imbucata centrale? E che il raddoppio sia arrivato da un avversario indisturbato al limite della nostra area? Un peccato che Giampiero Ventura - un allenatore (a scanso di equivoci) che merita stima e fiducia - risolva la pratica con le solite frasi a cliché.

Sulla condizione fisica, per fare un esempio. Se in Spagna il campionato è cominciato il 18 di agosto e da noi il 19, come può esserci un divario così netto e marcato? Non sarà, come diceva il vecchio e carissimo Liedholm, che il pallone corre più delle gambe e soprattutto non suda? Non sarà che gli spazi sono importanti, talmente importanti, che bisogna immaginarli ancora più che più occuparli? E comunque, visto che proprio il Ct parla di condizione, è stato giusto affidarsi a Spinazzola che dall’inizio del campionato - per i motivi che ben conosciamo - non è mai andato in campo? Insomma, è stata una brutta - terribile - serata spagnola. Non è il caso di farne un dramma e bisogna andare incontro allo spareggio che ci toccherà per guadagnarci i Mondiali con la fiducia che merita il gruppo. Senza però liquidare il discorso con un’alzata di spalle. C’è modo e modo di vincere. C’è modo e modo anche di perdere. E soprattutto c’è modo e modo di andare incontro a una pesante sconfitta. E non è questa, l’Italia.

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