Le magie dei Mondiali più forti dei regimi

I grandi eventi  sportivi hanno alimentato spesso i dibattiti politici. L’Italia fu sempre  contestata dal 1934 al 2006. In Argentina nel ‘78 si scoprì solo in seguito l’enormità della tragedia. Ora l’Emiro mostri al mondo un Paese pentito. Il tempo ha sempre fatto giustizia con lo sport
Le magie dei Mondiali più forti dei regimi© Getty Images
6 min
Italo Cucci

Parliamo pur male dei Mondiali del Qatar, tanto i nostri avversari interni e esterni diranno sempre che lo facciamo perché siamo rimasti a casa. Sappiamo che non è così, i fattacci qatarioti sono ben noti, ma il dibattito si fa anche politico, come spesso accade negli eventi calcistici e olimpici. Come è capitato a noi - che di Mondiali ne abbiamo vinti quattro - a partire dal 1934, quando eravamo italianuzzi vogliosi di crescere (in tutto) finendo nel 2006 per esser grandi quanto il Brasile - la favola più bella del calcio - e la Germania, grande tout court.  

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Così ci hanno contestato la vittoria del ‘34 per quella storia di Zamora, mitico portiere della Spagna, che non potè giocare la ripetizione della partita con l’Italia, a Firenze, per motivi misteriosi. Lui disse che si era fatto male nel primo burrascoso incontro e non voleva rompersi del tutto. Gli spagnoli dissero che Giuanin Ferrari l’aveva picchiato duro. Qualcuno - all’estero - scrisse che Mussolini, desideroso di conquistare la Coppa, aveva chiesto al Caudillo Franco di fermare El Divino. «Tutte balle» - mi disse Giuanin Ferrari (che a Zamora aveva segnato il gol della ripetizione ) e Angiolino Schiavio - autore del gol decisivo al 95’ dei supplementari nella finale romana contro la Cecoslovacchia, - fu anche più chiaro: «Eravamo troppo forti, troppo vogliosi di vincere, segnai e svenni, mi svegliò Pozzo a ceffoni».  
Sulla Treccani si legge: «Chi parlò di vittoria di regime e furono in tanti fuori dai confini, fu smentito dal bis del ‘38». Nel frattempo, il successo dell’Italia ai Giochi del ‘36 nella Berlino del Fuhrer aveva alimentato altre polemiche politiche. Insulse. Mi raccontò Ondina Valla, primo oro femminile per l’Italia: «Una grande squadra e ragazzi d’oro amici di tutti. Jesse Owens passava ore con loro suonando l’ukulele». Jesse, il possente atleta afroamericano che vinse quattro medaglie d’oro e costrinse Hitler ad applaudirlo. 

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Il 1938 superò politicamente ogni limite: la Nazionale che fa il saluto romano all’esordio di Marsiglia per rispondere ai fischi degli italiani fuoriusciti, poi gioca in maglia nera i quarti, arriva alla finale di Colombes, batte con Piola e Colaussi la forte Ungheria e conquista i parigini. «Fu allora - mi ha raccontato Vittorio Pozzo - che il ministro della cultura francese fece mettere nel loro dizionario la parola Azzurri, les Azzurri».

Dopo la guerra qualcuno chiese di epurare Pozzo, lo difese anche Giorgio Bocca, scrivendo di lui: «Era fascista per servizio, un italiano perbene». Come nel ‘34, Pozzo non fece giocare il campione Fulvio Bernardini, si cercarono varie spiegazioni; ne conosco una sola, politica: “Fuffo” aveva un ottimo rapporto con Mussolini e l’Alpino Ct non voleva in squadra un amico del Duce. 

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Gli altri due Mondiali vinti dagli azzurri subirono una sorta di boicottaggio interno: nell’ 82, dai media italiani, smentiti dalla grande vittoria e dalla gioia del presidente Pertini; nel 2006 da alcune cosiddette grandi firme che chiesero di non mandare in Germania dopo Calciopoli una Nazionale semijuventina; vincemmo il quarto titolo, la Nazionale fu elogiata dal presidente Napolitano, il premier Romano Prodi s’allargò: «Grazie per aver dato all’Italia un’occasione straordinaria di unità…Grazie per aver ridato al calcio nazionale, attraversato da una tempesta senza pari, la dignità che merita».

Oggi, alla prima nota negativa nei confronti del Qatar, sede del Mondiale per volontà di Sarkozy che indusse Platini a votarlo, mi son sentito dire: Argentina ‘78 fu anche peggio. Non credo ai confronti fra tragedie che fanno migliaia di vittime innocenti pur con modalità diverse. Il Qatar - racconta la documentata stampa inglese - ha mandato a morire migliaia di operai provenienti da paesi poveri e condannati alla costruzione degli stadi e delle infrastrutture in condizioni di schiavitù. L’Argentina dei generali condannò a morte migliaia di oppositori del regime facendoli letteralmente sparire. Quando il Mundial cominciò non si conoscevano i particolari della tragedia, noi italiani eravamo schiacciati dall’assassinio di Aldo Moro. Un mattino, a Buenos Aires, un giornalista olandese mi fece lèggere una notizia pubblicata solo sul suo giornale: l’indomani, a Plaza de Mayo, si sarebbero presentate a centinaia le madri dei desaparecidos. Fui il primo italiano a incontrare le Madres Llorosas e a raccontare quell’evento straziante che fu tuttavia travolto dalla festa argentina. Ma il tempo ha fatto giustizia con lo sport. A Baires come a Santiago, a Mosca, a Pechino la ribalta mediatica fa cadere i dittatori. A Doha l’emiro mostri al mondo un Paese pentito e pronto a riconoscere i diritti umani. Il calcio si prenderà un’altra medaglia. 

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