Iran, la Nazionale per la libertà: "Siamo con il nostro popolo". E la squadra di basket femminile posa senza il velo tradizionale

Al Mondiale, la squadra di Queiroz debutta contro l'Inghilterra, ma il pensiero del capitano Hajsafi corre agli uomini, alle donne e ai ragazzi uccisi dal regime di Teheran: "Le famiglie delle vittime devono sapere che siamo con loro". Gli inglesi annunciano: prima della partita ci inginocchieremo. Nella pallacanestro, sedici, fra giocatrici e allenatrici della Canco, sfidano la polizia morale e si fanno riprendere senza l'hijab.
Iran, la Nazionale per la libertà: "Siamo con il nostro popolo". E la squadra di basket femminile posa senza il velo tradizionale
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Xavier Jacobelli
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Invictus, autentico inno di libertà dedicato a Nelson Mandela e al Sudafrica, campione del mondo di rugby nel '95, è stato contrassegnato dall'emozionante interpretazione di Morgan Freeman, protagonista della cerimonia di apertura del mondiale in Qatar. Invictus significa mai vinto, colui che combatte strenuamente, che non cede, che non si arrende. Come il popolo iraniano, in rivolta contro il regime degli ayatollah.
Lunedì 21 novembre 2022, l'Iran debutta nel Mondiale e affronta l'Inghilterra. Atterrata nell'Emirato, la Nazionale si è subito schierata al fianco delle proteste per i diritti delle donne, da due mesi bestialmente repressi da Teheran. Fra le 350 vittime registrate sinora, c'è Kian Pirfalak, 9 anni: viaggiava insieme con i genitori sull'auto che è stata crivellata di colpi dalle forze di sicurezza. Secondo la Ong Iran Human Rights, sono stati 43 i bambini e gli adolescenti uccisi da quando, due mesi fa, la rivolta ha dilagato dopo l'uccisione della studentessa Mahsa Amini, 22 anni. Ehsan Hajsafi, capitano della Nazionale iraniana, a Doha ha dichiarato: "Prima di ogni altra cosa, vorrei esprimere le mie condoglianze a tutte le famiglie in lutto in Iran. Devono sapere che siamo con loro, le sosteniamo e simpatizziamo con loro. Siamo qui, ma ciò non significa che non dovremmo essere la loro voce o che non dobbiamo portare rispetto verso di loro". Gareth Southgate, ct inglese, ha annunciato che la sua Nazionale si inginocchierà "per lanciare un messaggio forte a favore dell'inclusività per i giovani di tutto il mondo". Il 27 settembre scorso, in Austria, in occasione del test premondiale con il Senegal, i giocatori del Team Melli (in anglo-iraniano, Squadra Nazionale) sono scesi in campo indossando un giubbotto nero per coprire la divisa e si sono rifiutati di cantare l'ìnno nazionale. Sardar Azmoun, bomber del Bayer Leverkusen, stella della squadra del ct Queiroz, ha scritto su Instagram: "Essere cacciato dalla Nazionale sarebbe un piccolo prezzo da pagare anche solo per un capello delle donne iraniane. Lunga vita alle donne iraniane". Il post di Azmoun è stato rimosso, l'attaccante è stato convocato comunque per i Mondiali: il regime ha avvertito i calciatori che saranno severamente puniti se in Qatar insceneranno altre forme di protesta, a cominciare dal rifiuto di cantare l'inno. Ma né la repressione in patria né le minacce fermano la ribellione dello sport iraniano: la squadra di beach soccer, vittoriosa sul Brasile nella finale del torneo internazionale di Dubai, si è rifiutata di cantare l'inno e non ha voluto celebrare il successo: la tv di Stato ha interrotto il collegamento con Dubai. La Canco, squadra femminile di basket, è andata oltre. Sedici, fra giocatrici e allenatrici, tutte insieme l'una accanto all'altra, hanno posato senza l'hijab, il velo tradizionale, sfidando la polizia morale. L'immagine ha fatto rapidamente il giro del mondo. Farzaneh Jamami, allenatrice del Canco, ha scritto su Instagram: "Insegna a tua figlia che cose come i ruoli di genere non sono altro che sciocchezze. Insegna che sei una persona preziosa e insostituibile. Se ti dicono il contrario, non crederci. Dì loro: non nasconderti. Alzati, tieni la testa alta e mostra loro che cosa sai fare! Digli che sei potente e capace. Che sei una donna libera". In occasione del debutto della Nazionale in Qatar, oggi in Iran le scuole e le università rimangono chiuse per ordine del regime che teme le azioni di protesta degli studenti.


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